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Il primo passo, quando il fuoco diventa azione

Il primo passo, quando il fuoco diventa azione

 

IL PRIMO PASSO, QUANDO IL FUOCO DIVENTA AZIONE

Casavatore 26-04-2026                                                                              PREDICAZIONE: PASTORE ANTONIO RUSSO

È ancora vivo in noi il ricordo dei giorni vissuti durante la nostra conferenza, momenti nei quali lo Spirito Santo ha ministrato con potenza nelle nostre vite, e non vogliamo lasciare che ciò che Dio ci ha detto svanisca, ma desideriamo custodirlo e camminare in pieno allineamento con la Sua volontà, proseguendo con consapevolezza e ubbidienza nel tema: “Il primo passo, quando il fuoco diventa azione”. Sapete, una parola ricevuta da Dio deve diventare ubbidienza e non rimanere solo un’esperienza, perché dopo aver ricevuto abbiamo bisogno di assimilare, come quando mangiamo e poi digeriamo, affinché la Parola diventi parte viva di noi. Infatti, la Parola ci paragona a pecore che ruminano, e anche noi siamo chiamati a tornare su ciò che abbiamo ricevuto, meditarlo e lasciarlo scendere in profondità. Non basta un’ispirazione: ciò che Dio ha acceso deve trasformarsi in azione, diventare missione e concretizzarsi. In Atti 8 vediamo Filippo, uno dei sette diaconi, che in Samaria si trova al centro di un risveglio con miracoli, guarigioni e liberazioni, e un potente movimento dello Spirito Santo, tanto che gli apostoli intervengono e le persone ricevono anche il dono dello Spirito Santo. Ma in Atti 8:26 leggiamo: “Or un angelo del Signore parlò a Filippo, dicendo: «Alzatevi e andate verso il mezzogiorno, sulla strada che da Gerusalemme scende a Gaza; essa è deserta».” Nel pieno del risveglio Dio manda Filippo in una strada deserta, senza spiegargli il risultato, e davanti a questa richiesta lui non discute, ma ubbidisce, alzandosi e mettendosi in cammino nella direzione indicata. Anche se può sembrare strano lasciare qualcosa di glorioso per andare verso ciò che non comprendiamo, impariamo che non dipendiamo da ciò che accade attorno a noi, ma dalla voce di Dio. Filippo diventa evangelista perché ha imparato ad ascoltare e a ubbidire, compiendo il primo passo senza conoscere tutto. Dio non ci dice tutto, ma ci insegna a dipendere dalla Sua presenza e non dalle emozioni, e “egli si alzò e si mise in cammino”: questa è ubbidienza, è attivazione, è il fuoco che diventa azione. Spesso il miracolo non è dove vorremmo restare, ma dove Dio ci manda. Anche Abramo, padre della fede, credette e questo gli fu messo in conto di giustizia, e ubbidì quando Dio gli disse: “Or l'Eterno disse ad Abramo: «Vattene dal tuo paese, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò.” (Genesi 12:1), mostrando che la fede si manifesta attraverso un passo concreto di ubbidienza. Dio gli fa una grande promessa in Genesi, capitolo 12, e gli mostra ciò che sarebbe accaduto se avesse ubbidito alla Sua Parola, ma vediamo che Abramo inizialmente vive un’ubbidienza parziale, e questo parla direttamente anche a noi. Spesso ci lasciamo guidare più dalla preoccupazione che dall’ubbidienza, mentre Dio ci chiama ad avere il coraggio di dire sì. Abramo parte da Ur dei Caldei con suo padre Terach, la sua famiglia e Lot, arriva a Haran dove Terach muore, e poi riparte verso Canaan come Dio gli aveva detto, ma durante una carestia scende in Egitto e, per paura, chiede a Sara di dire che è sua sorella. Questo porta Sara nella casa del faraone, ma Dio interviene con grandi piaghe, il faraone scopre la verità e li manda via. Successivamente, davanti all’impossibilità di avere figli, Sara dà ad Abramo la serva Agar e da questa unione nasce Ismaele, chiamato il “figlio della fretta”, segno di una decisione presa fuori dal tempo di Dio, che genererà conseguenze nella storia. Lot resta con Abramo fino a quando si separano, e proprio dopo questa separazione Dio torna a parlare ad Abramo e rinnova la promessa. Questo mostra un principio chiaro: Dio guida chi cammina in ubbidienza, e spesso il miracolo non è dove vogliamo restare, ma dove Dio ci manda. Anche noi abbiamo vissuto un tempo in cui Dio ha acceso un fuoco: abbiamo ricevuto direzione, abbiamo pregato, interceduto e riconosciuto la responsabilità di presentare Gesù a chi non Lo conosce davvero. Non possiamo pensare che le persone Lo conoscano solo per tradizione; siamo noi responsabili di condividerLo. Questo fuoco però deve rimanere acceso: Dio lo accende, ma mantenerlo è nostra responsabilità, proprio come nel tabernacolo, dove il fuoco veniva da Dio ma i sacerdoti dovevano alimentarlo. Per questo lo manteniamo acceso attraverso azioni concrete, mettendo in pratica la Parola, perché se resta solo un’emozione si spegne, mentre l’ubbidienza produce frutto e risultati nella nostra vita. La domanda quindi non è cosa abbiamo sentito, ma qual è il primo passo che Dio ci chiede di fare, perché tra la Parola ricevuta e una vita trasformata c’è un passaggio: l’ubbidienza. La volta scorsa dicemmo che non dobbiamo essere solo uditori, ma facitori della Parola, iniziando con piccoli passi concreti, decisioni semplici e reali. Guardiamo anche a Mosè, che incontra il pruno ardente, un fenomeno straordinario in cui il fuoco brucia senza consumare: lì vede il fuoco, sente la voce di Dio e riceve una missione, e Dio gli dice: “… togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo santo».” (Esodo 3:5) Tuttavia, prima di muoversi, Mosè inizia a trovare delle scuse, e questo riflette ciò che accade spesso anche in noi davanti alla chiamata di Dio, quando siamo chiamati a trasformare il fuoco ricevuto in azione concreta attraverso l’ubbidienza.

La prima scusa che Mosè trova è questa: “Chi sono io?”.

Questa esprime una mancanza di identità. Molti, infatti, non sanno chi sono, ma noi siamo nuove creature in Cristo e nella nostra vita c’è la potenza di Dio e lo Spirito Santo che abita in noi. È la scusa del non sentirsi all’altezza rispetto a ciò che Dio gli sta chiedendo di fare, mentre Israele è schiavo da circa 400 anni ed è arrivato il tempo dell’ubbidienza. Mosè ha ottant’anni quando vive questa esperienza, e questo ci mostra che c’è speranza per tutti: non è mai troppo tardi per servire Dio. In Esodo 3:11 è scritto: “Ma Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal Faraone e per far uscire i figli d’Israele dall’Egitto?»”. Mosè si sente piccolo davanti alla missione, e anche noi spesso troviamo lo stesso tipo di scuse: “non sono abbastanza preparato”, “prima devo fare la scuola biblica”. Ma, pur riconoscendo il valore dell’insegnamento, comprendiamo che non basta una preparazione umana: abbiamo bisogno della guida dello Spirito Santo e della Sua presenza. A volte riceviamo tanto ma non riusciamo a dare, mentre sappiamo che la chiave per ricevere è dare. Mosè non si sente abbastanza spirituale, e anche noi a volte non ci sentiamo le persone giuste, ma Dio ci ricorda che è Lui che ci ha chiamati. Quando Mosè esprime la sua debolezza, Dio non lo incoraggia con parole umane, ma gli garantisce qualcosa di più grande: la Sua presenza. Verso 12: “Dio disse: «Io sarò con te…»”. Questa è la chiave: se Dio è con noi, ogni cosa diventa possibile a chi crede, e il primo passo non si basa su chi siamo noi, ma su chi è con noi, perché non siamo soli, Dio è con noi, e non ci manda perché siamo perfetti, ma perché Lui è fedele. Quando Dio ci chiede di fare un passo, non dobbiamo guardare ai nostri limiti, ma assicurarci della Sua presenza, perché è questo che rende possibile ogni cosa.

Seconda scusa: “E se non ci crederanno?”.

È la scusa della paura e in Esodo 4:1 è scritto: “Mosè rispose e disse: «Ma ecco, essi non mi crederanno e non ubbidiranno alla mia voce…»”. Vediamo che Mosè ha paura della reazione degli altri, e anche noi spesso pensiamo: “E se ci rifiutano?”, “E se sbagliamo?”, “E se invitiamo qualcuno e non viene?”, “E se preghiamo e non succede nulla?”. Noi però dobbiamo ricordarci che non siamo responsabili della reazione delle persone, ma della nostra ubbidienza; infatti non siamo responsabili dei risultati, ma del fatto che ci allineiamo alla volontà di Dio. Non possiamo salvare nessuno con le nostre forze né convincere con le nostre capacità, ma possiamo parlare, invitare, pregare e testimoniare la gloria di Dio. L’insegnamento è questo: il risultato appartiene a Dio, il passo appartiene a noi.

La terza scusa che Mosè presenta è: “Non sono capace”.

Questa è la scusa dei limiti personali e del non sentirsi all’altezza. In Esodo 4:10 leggiamo: “Allora Mosè disse all’Eterno: «Ahimè, Signore, io non sono un parlatore; non lo sono stato in passato e non lo sono da quando tu hai parlato al tuo servo, poiché sono tardo di parola e di lingua».” Non è specificato che fosse balbuziente nel senso medico, ma l’idea è quella di essere “pesante di bocca” e “pesante di lingua”, cioè avere difficoltà nell’esprimersi. Mosè guarda ai suoi limiti e dice: “mi sento incapace”, e anche noi spesso diciamo: “non sappiamo evangelizzare”, “non sappiamo parlare”, “non sappiamo pregare”, “non abbiamo il dono giusto”. Ma Dio risponde: “Chi ha fatto la bocca dell’uomo? Non sono forse io, l’Eterno?”, e se Dio ci manda, è Lui che ci aiuta ed è con noi. Molte persone rimangono ferme nella barca, mentre Pietro ha avuto il coraggio di scendere e fare il primo passo, ma spesso anche noi ci fermiamo perché non abbiamo il coraggio di iniziare aspettando prima la capacità, che però non arriva se non facendo il primo passo. Nel Regno di Dio prima si ubbidisce e poi si cresce, e quando ci muoviamo Dio conferma la Sua Parola. Anche uomini come Abramo hanno sbagliato, ma Dio non cerca perfezione, cerca ubbidienza e cuori che dipendano dalla Sua presenza. Non sono le nostre capacità a qualificarci, ma la chiamata di Dio, perché è Lui che rende capaci quelli che chiama.

La quarta scusa che Mosè presenta è: “manda qualcun altro”.

Non sapendo più cosa dire, arriva alla scusa della delega. In Esodo 4:13 è scritto: “Ma Mosè disse: «Deh! Signore, manda il tuo messaggio per mezzo di chi vorrai!».” È una scusa sottile: Mosè in pratica dice di usare qualcun altro, e anche noi a volte pensiamo che lo farà il pastore o qualcuno più preparato. Ma il pastore non è onnipresente, solo Dio lo è, mentre la Chiesa, corpo di Cristo, è chiamata a operare insieme. Dio non aveva chiamato un altro, ma Mosè, e allo stesso modo chiama ciascuno di noi. Quindi, ogni credente deve avere il coraggio di fare il primo passo: possiamo invitare, incoraggiare, pregare e testimoniare. La nostra preghiera è potente, conta davanti a Dio: Egli ascolta quando iniziamo a invocare il Suo nome, a cercare la Sua presenza e a dichiarare la Sua volontà nella vita delle persone. Noi siamo luce nella casa, nel lavoro e nel quartiere; Gesù ha detto: “Voi siete la luce del mondo, voi siete il sale della terra”. La missione non è per pochi, ma per tutta la Chiesa.

La quinta scusa, che in un certo senso è il risultato delle precedenti, è questa: “Signore, non è il momento” oppure “non ho l’età”.

Alcuni si sentono troppo vecchi, altri troppo giovani, ma la vera questione è il rimandare. Questa scusa spesso non viene dichiarata, ma si manifesta nel comportamento, come in Mosè davanti al pruno ardente: rimanda, discute con Dio e cerca di spostare la responsabilità. Anche noi diciamo: Lo faremo più avanti”, “quando saremo più pronti”, “quando avremo più tempo”. Ma questo è un inganno del diavolo, una sorta di trappola, che ci fa credere che non arriverà mai il momento giusto, facendoci finire una cosa e iniziarne subito un’altra, così per noi non sarà mai il momento. Sapete, il rimandare è uno dei nemici più grandi dell’ubbidienza; per questo non dobbiamo rimandare a domani ciò che possiamo fare oggi. Nel Salmo 95 è scritto: “… Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori …” Il domani non ci appartiene, Dio è il Signore del tempo, mentre noi non sappiamo cosa accadrà. Alcuni dicono: “Ho rimandato perché sono prudente”, ma spesso non è prudenza, è paura. Ci sono passi che non possiamo rimandare, persone che Dio sta mettendo nel nostro cuore proprio adesso e che non possiamo lasciare per dopo, e situazioni in cui Dio ci sta spingendo verso qualcuno mentre noi diciamo: “Signore, lo farò domani”, ma non sappiamo cosa riserva il domani a quella persona. Per questo Dio dice: non domani, ma oggi. L’insegnamento è chiaro: l’ubbidienza ritardata diventa disubbidienza. C’è sempre una benedizione per chi ubbidisce, e c’è sempre una conseguenza per chi disubbidisce, come un padre che corregge i figli. Queste erano le scuse che Mosè ha trovato e che molte volte trovano anche le persone all’interno della chiesa.

Parliamo del pruno ardente.

Non fu dato a Mosè solo per fargli vivere un’esperienza spirituale, ma per attivarlo e metterlo in movimento, perché era arrivato il tempo di Dio per andare verso la Sua volontà. Dio non accende il fuoco solo per emozionarci, ma per inviarci: abbiamo una missione, non solo emozioni. Siamo esseri trini, spirito, anima e corpo; abbiamo emozioni, ma non possiamo basarci solo su di esse. È il momento di fare scelte e decidere di ubbidire a Dio. Quando Dio dice: “Ama i tuoi nemici”, sappiamo che non è facile emotivamente, ma questa non è emozione, è decisione. L’ubbidienza non è emozione, ma decisione, una scelta della volontà. Mosè vive il roveto ardente, ma Dio non gli chiede di fermarsi all’esperienza: gli affida una missione. In altre parole, il fuoco di Dio non è solo per emozionare, ma per attivare e inviare. Anche per noi una conferenza, una predicazione o un incontro con la presenza di Dio non devono restare un ricordo, ma diventare ubbidienza. La Bibbia dice che Dio parla una volta, due volte, ma l’uomo non ci fa caso, perciò chiediamo misericordia, perché la Sua Parola non è parola d’uomo ma è vita: a volte è amara, ma guarisce, ristora e libera. Il pruno ardente per noi può essere una parola che ci ha toccato, un peso per una persona lontana da Dio, un desiderio di servire, una riconciliazione, una visione per la città. Quando Dio accende qualcosa dentro di noi, non lo fa solo per farci sentire bene, ma per farci muovere e portarci a un altro livello. Il primo passo non è complicato: può essere un messaggio su WhatsApp, una telefonata, un invito in chiesa o nella casa di pace, oppure pregare per qualcuno, perché Dio ascolta tutti allo stesso modo; ciò che conta è la nostra identità in Cristo. Questo primo passo può essere chiedere perdono, servire qualcuno o iniziare una conversazione spirituale, perché non deve essere grande, ma reale; Dio benedice l’ubbidienza concreta. Nei prossimi giorni scegliamo una persona e un’azione concreta, senza rimandare, chiedendoci: chi ci sta mettendo Dio nel cuore e qual è il passo da fare? Quando Dio parla a Filippo e lo manda su una strada deserta, lui non conosce il risultato, ma incontra l’eunuco: un appuntamento divino che porta frutto fino all’Etiopia. Filippo lascia un risveglio, ma ubbidendo attiva qualcosa. Lo stesso accade con Pietro quando scende dalla barca sulla parola “Vieni” e cammina sul rhema di Dio.

Questo è ciò che Dio ci chiede: fare il primo passo.

 

 

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