La casa del Padre - il luogo dove la benedizione si attiva 2°Parte
LA CASA DEL PADRE - IL LUOGO DOVE LA BENEDIZIONE SI ATTIVA 2°Parte
Casavatore 01-02-2026 PREDICAZIONE: PASTORE ANTONIO RUSSO
La settimana scorsa abbiamo parlato della casa del Padre e oggi proseguiamo con la seconda parte, “La casa del Padre – il luogo dove la benedizione si attiva”. Siamo all’inizio dell’anno e desideriamo onorare il nostro Papà ricevendo parole che ci allineino per tutto il cammino, perché una verità, quando viene afferrata, ci trasforma e non ci lascia più come prima. Abbiamo visto che la Scrittura dichiara che noi siamo stati benedetti nei luoghi celesti in Cristo, quindi non dobbiamo cercare di esserlo, perché lo siamo già. Tuttavia, ci siamo chiesti perché non tutti viviamo la benedizione, e abbiamo compreso che non è Dio a trattenerla, ma la nostra incredulità, che ci porta a fare sforzi umani invece di credere alla nostra posizione in Cristo. La benedizione esiste, ma deve essere attivata, deve scendere dai luoghi celesti a quelli terrestri, e questo avviene quando la catturiamo e la custodiamo nel cuore, attivando concretamente la nostra fede. Gesù disse a una donna colpita dal lutto: “Se tu credi, vedrai la gloria di Dio.” Poi disse qualcosa di simile al padre di un ragazzo epilettico che viveva costantemente nel pericolo; quando quell’uomo disse: “Se tu puoi”, Gesù rispose che il problema non era la Sua potenza, ma la fede. E il padre gridò: “Io credo, sovvieni alla mia incredulità.” Questo ci mostra che siamo già benedetti, ma dobbiamo credere per vedere la gloria di Dio manifestarsi nella nostra vita. Abbiamo ricordato anche Giacobbe che lottò tutta la notte con l’angelo e dichiarò: “Non ti lascerò se prima tu non mi abbia benedetto.” Non era ricerca di emozioni, ma fame di destino, perché sapeva che quella benedizione avrebbe riguardato lui e tutta la sua discendenza. Quell’angelo dell’Eterno è una teofania di Dio, e Giacobbe si aggrappò finché non ricevette la benedizione. Ritornando al figliol prodigo, vediamo che ricevette il permesso di partire, ma non la benedizione, perché non era pronto a gestire l’eredità. Andò via, si distrusse e toccò il fondo, finché rientrò in sé e tornò al padre con un cuore ravveduto. Il padre lo accolse, lo rivestì e fece festa, mostrando che senza la benedizione non possiamo andare da nessuna parte. Oggi lo Spirito Santo ci insegna non solo a ricevere, ma a custodire ciò che Dio dona. Essere toccati è buono, ma non basta: vogliamo imparare a vivere costantemente nella dimensione della benedizione, camminando ogni giorno con Dio, non occasionalmente o per brevi momenti della nostra vita spirituale personale, ma continuamente. Vogliamo raccontare una testimonianza di Bobby Conner, profeta dei nostri tempi, che condivise un’esperienza soprannaturale molto forte, raccontando di aver avuto un’apparizione di Satana. Disse che il diavolo si presentò come un principe spagnolo, elegante, ricordandoci che la Bibbia afferma che il diavolo si traveste da angelo di luce perché viene per ingannare. In quell’occasione gli fece una proposta precisa: ricchezze in cambio del silenzio sul messaggio della paternità, della figliolanza, dell’importanza di avere un padre e di essere figli. Il diavolo contrattò, ma Bobby Conner non cedette, e Dio gli fece comprendere che noi diventiamo ciò che siamo destinati a diventare proprio attraverso il messaggio della paternità e l’insegnamento della figliolanza. Il diavolo si oppone alla paternità perché l’inferno trema quando si parla di figli, poiché i servi non hanno eredità, ma i figli sì. Quando sappiamo di essere figli, sappiamo di avere un’eredità, per questo Dio utilizza il servizio per formarci e farci apprezzare l’eredità stessa, perché quella spirituale non è automatica e richiede formazione per essere gestita, compresa e valorizzata, affinché non venga trattata con superficialità e non resti senza frutto. Quando serviamo non ci stiamo informando, ma formando; la teoria non basta, perché ciò che ascoltiamo nella Parola deve diventare vita vissuta. Gesù stesso disse che non siamo beati solo perché ascoltiamo, ma siamo beati se facciamo ciò che ascoltiamo. In Luca 15 Gesù ci mostra che esiste un luogo spirituale dove la benedizione si attiva, ed è la casa del Padre; essa non è un luogo fisico, ma una posizione spirituale. In Luca 15 ed Efesi 1:3 comprendiamo che la benedizione non si attiva quando le cose vanno bene, ma quando ci allineiamo alla Parola di Dio. Dopo la preghiera e l’imposizione delle mani entra in gioco la nostra ubbidienza quotidiana, perché la benedizione si attiva nell’allineamento. La casa del Padre riguarda la copertura, la relazione e la chiarezza delle posizioni. La dignità davanti a Dio è uguale per tutti, ma le posizioni sono diverse, e dobbiamo sapere come relazionarci con chi è sopra, accanto e sotto di noi. Nella casa riceviamo istruzione e anche correzione, perché il Padre ci guida a raddrizzare il cammino. Fuori dalla casa c’è una falsa libertà che diventa libertinaggio e produce caos. Il figlio prodigo dissipò l’eredità perché era fuori copertura e identità, mentre il fratello maggiore, pur essendo nella casa, non aveva il cuore della casa. Nella casa del Padre non troviamo solo risorse, ma formazione, e persino il processo diventa una benedizione. Due persone ricevono le stesse opportunità ma una le chiama colpo di fortuna mentre un’altra le chiama mandato divino, una dice che è successo per caso mentre l’altra afferma di sapere perché è successo, la prima brucia ciò che riceve mentre la seconda lo moltiplica perché riconosce di aver ricevuto un mandato. La differenza è nella maturità e nell’allineamento, perché crescere ed essere allineati ci permette di gestire ciò che riceviamo, mentre restare bambini non ci fa del bene. Gesù non parla solo del figlio che scappa chiedendo l’eredità, ma introduce anche il secondo figlio e smaschera due tipi di perduti, uno fuori casa e uno dentro casa. In Luca 15:25 il figlio prodigo era perduto fuori, mentre il fratello maggiore stava in casa ma era perduto dentro, uno viveva senza regole e l’altro senza amore, uno era ribelle e l’altro religioso e legalista. Spesso il fratello maggiore non si trova tra chi è appena arrivato, ma tra chi è in chiesa da tempo e senza accorgersene ha smesso di essere figlio ed è diventato un contabile che fa i conti al padre.
Luca 15:25-31; “Or il suo figlio maggiore era nei campi; e come ritornava e giunse vicino a casa, udì la musica e le danze. Chiamato allora un servo, gli domandò cosa fosse tutto ciò. E quello gli disse: "È tornato tuo fratello e tuo padre ha ammazzato il vitello ingrassato, perché lo ha riavuto sano e salvo". Udito ciò, egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare. Ma egli, rispose al padre e disse: "Ecco, son già tanti anni che io ti servo e non ho mai trasgredito alcun tuo comandamento, eppure non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma quando è tornato questo tuo figlio, che ha divorato i tuoi beni con le meretrici, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato". Allora il padre gli disse: "Figlio, tu sei sempre con me, e ogni cosa mia è tua.”
Questa è la mentalità del servo mascherato da fedele, che conta gli anni di servizio e presenta una fattura a Dio dicendo: "io ho fatto e tu mi devi". Possiamo servire Dio e non amare Dio, fare attività e avere il cuore vuoto, fare cose per Lui senza conoscere Lui. Il fratello maggiore faceva cose per il padre ma non conosceva il cuore del padre, e questo è un pericolo reale nella chiesa. I sintomi del fratello maggiore emergono quando il cuore diventa duro, e la Parola deve essere uno specchio per esaminarci e correggerci. Egli si paragona, si offende e pensa che per lui non ci sia mai nulla mentre per altri ci sia sempre qualcosa. L’offesa è un veleno che distrugge la vita della chiesa; quindi, se vogliamo rimanere nella casa dobbiamo lasciarci guarire dallo Spirito Santo e affrontare subito ogni problema con amore. Dobbiamo fare attenzione all’offesa, perché chi la custodisce non celebra e non si rallegra quando il Padre benedice gli altri, non gioisce con loro e pensa: “a lui il vitello, a me no”, trasformando così il servizio in un credito. Il diavolo non deve farci uscire dalla chiesa per spegnerci, perché a volte basta che rimaniamo offesi e lui ci ha già spenti. La Bibbia parla degli scandali, e la parola greca significa offese: i farisei e i giudei si scandalizzarono di Gesù. Questo ci mostra che l’offesa è una trappola tremenda dalla quale dobbiamo uscire. Il punto più scandaloso è che il Padre esce anche per il figlio maggiore.
Verso 28; “Udito ciò, egli si adirò e non volle entrare; allora suo padre uscì e lo pregava di entrare,”
Il figlio si arrabbia e resta fuori, e il Padre esce di casa per pregarlo di entrare: non si muove solo per il prodigo, ma anche per il fratello maggiore. Eppure, il fratello maggiore dice: verso 29 “… non ho mai trasgredito uno dei tuoi comandamenti”, mentre proprio in quel momento stava disubbidendo al comando del Padre che gli diceva di entrare. Ci sono persone che fanno lo stesso: vivono solo delle loro convinzioni, non sono aperte allo Spirito Santo, potrebbero dire: “ho bisogno che tu mi ministri”, ma invece vedono solo gli sbagli degli altri. Il Padre esce anche per il fratello maggiore perché Dio non vuole solo riportare a casa chi è lontano, ma guarire le ferite nella nostra vita. La benedizione non smette di fluire perché Dio non ci benedice, ma perché siamo fuori posizione: scappando, come il prodigo, o restando, come il maggiore, ma con un cuore che non assomiglia al Padre. Anche il fratello maggiore, pur stando a casa, non camminava nella benedizione: desiderava un capretto, mentre il Padre gli diceva: “Aspetta, tutto quello che è mio è tuo, tu sei mio figlio, tu non devi chiedere il permesso, tu basta che lo prendi.” Quando Dio benedice un altro, dentro di noi può scatenarsi il caos: “in questa casa non mi capiscono, non mi apprezzano”, mentre in realtà siamo chiamati a festeggiare per il ritorno di un perduto. Se la benedizione su qualcuno ci irrita, abbiamo bisogno di servire di meno e conoscere di più il cuore del Padre, come il fratello maggiore che serviva ma non lo conosceva. Quando entra un nuovo convertito, lo accogliamo o giudichiamo? Il giudizio appartiene a Dio, mentre noi siamo chiamati ad accogliere i perduti, anche quando ci hanno ferito, perché siamo figli. La casa del Padre non è il museo dei perfetti, ma un ospedale per chi ha bisogno di guarigione. Lasciamoci guarire nella Sua presenza, permettendo allo Spirito Santo di ristorarci senza lasciare che l’offesa rimanga in noi, così da custodire la benedizione, perché Gesù ci insegna tre principi meravigliosi:
Il primo principio è l’onore: la benedizione scorre dove esso dimora. L’onore è una moneta di scambio: noi onoriamo e siamo onorati, inoltre significa riconoscere la fonte, che è Dio. L’onore va dato prima di tutto a Dio, ma anche alla Sua Parola, e non è onore ascoltarla mentre siamo distratti su Facebook, Instagram o nelle chat, giustificandoci dicendo che stiamo prendendo appunti. Dobbiamo riconoscere la fonte: Dio, la Parola, la casa. Persino i processi che viviamo meritano il nostro onore, senza lamentarci, perché sono momenti di formazione. Non possiamo disonorare la fonte e pretendere di bere l’acqua che scorga da essa. Molti vogliono la benedizione della casa spirituale, ma poi parlano male della casa, criticano, mormorano, compromettono, seminano divisioni e poi si chiedono perché non vanno avanti. È una legge spirituale: se tagliamo il tubo dell’acqua, non possiamo aspettarci che esca acqua. Dobbiamo onorare e benedire la nostra casa spirituale, la nostra autorità, il nostro pastore e la leadership che Dio ha messo sulla nostra vita. Il fratello maggiore era nella casa, ma non aveva onore per il padre: viveva solo di dovere, non di onore.
Il secondo principio è l'ubbidienza. La benedizione non è un’idea, ma un patto che Dio ha fatto con noi. Molti vogliono da Dio un contentino, che benedice ma non comanda, desiderano essere benedetti senza che nessuno dica loro nulla, ma questo non è l’Iddio della Bibbia: Dio non dà contentini, ma benedice chi si arrende. Gesù disse: “Ora, perché mi chiamate, "Signore, Signore", e non fate quello che dico?” (Luca 6:46). Per attivare la benedizione dobbiamo smettere di contrattare con Dio e arrenderci. L’ubbidienza nelle relazioni richiede perdono, perché viviamo insieme e i conflitti nascono proprio con chi è più vicino. Dio ci dice di perdonare sempre, non perché l’altro lo merita. Il perdono fa bene a chi lo dà, perché, come dice l’apostolo Paolo, chi perdona accende dei carboni ardenti sulla testa di chi lo riceve. Dobbiamo vivere in pace con tutti per quanto dipende da noi, essere sinceri nelle relazioni e non vivere in guerra. L’ubbidienza riguarda anche le scelte, che devono essere scelte di integrità, perché anche se il mondo è corrotto, noi non vogliamo corromperci. Possiamo lavorare in ambienti dove tutti rubano, ma noi dobbiamo rimanere integri, anche se questo ci costa critiche o perfino il lavoro. In altre parole, ci vuole integrità, disciplina e santità, perché Dio è santo; inoltre, nella casa di Dio dobbiamo essere fedeli, leali e disponibili, facendo della disponibilità parte del nostro vocabolario. Peccare non è solo fare il male, ma anche non fare il bene: “Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato.” (Giacomo 4:17). Dio va ubbidito, e questo porta benedizione, anche quando Egli ci chiede cose che non comprendiamo; l’ubbidienza, infatti, non aspetta la comprensione: noi non ubbidiamo perché capiamo, ma perché Dio lo ha detto. Come con i bambini piccoli che vogliono mettere le dita nella presa: non gli spieghiamo la corrente, diciamo solo che non si fa. Dio fa così con noi, e molte cose le capiamo solo dopo, quando cresciamo e diciamo: “Signore, grazie perché tu mi hai protetto.” Il figliol prodigo non ubbidì al padre quando gli disse che l’eredità gli avrebbe fatto male, e infatti soffrì. Il fratello maggiore ubbidiva fuori, ma dentro disubbidiva al comando più grande: “… amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13:34-35). Ubbidiva fuori, ma dentro non amava come Gesù ha amato noi.
Il terzo principio è il servizio, che ci qualifica per gestire l’eredità e ci insegna come amministrare ciò che abbiamo ricevuto nella nostra vita. Anche Gesù, pur essendo Figlio, prese la forma di servo: Filippesi 2:6-11 dice: “il quale, essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l'essere uguale a Dio, ma svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; … Perciò anche Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio delle creature (o cose) celesti, terrestri e sotterranee, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.” Gesù era Figlio, ma prese la forma di servo, e Dio lo innalzò perché chi si abbassa sarà innalzato, chi serve sarà innalzato, ma servendo con il cuore giusto: figli con il cuore di servo. Il servizio non è sfruttamento, è allenamento, ed è Dio stesso che ci rende capaci di servirlo. Se non siamo fedeli nelle piccole responsabilità, perché Dio dovrebbe affidarci grandi benedizioni? Dio è l’Iddio delle piccole cose. Il servizio senza amore diventa risentimento e schiavitù, ma Dio non ci vuole schiavi bensì liberi; per questo serviamo non per essere visti, ma per essere formati.
Quando la Chiesa ritorna ai tre principi, accade qualcosa di glorioso: smette di essere un club e diventa un altare dove la benedizione viene attivata. Gesù ci ha dato un altare quando ha detto: “… rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua” (Luca 9:23). Dove c’è un altare c’è fuoco, e dove c’è fuoco il diavolo perde ogni diritto; per questo dobbiamo assicurarci che nella nostra vita l’altare sia sempre acceso. Ci sono tre cose che il diavolo attacca: l’identità, facendoci dubitare di essere figli; l’unità, che viene rotta da offese, mormorii e dicerie; e la continuità, perché spesso iniziamo e poi molliamo. La Bibbia dice: benedite e non maledite, perché se benediciamo erediteremo la benedizione. Il nemico non ci teme quando andiamo via, perché ha vinto; il nemico ci teme quando rimaniamo, perché lui sta perdendo. Molti non comprendono che la benedizione è connessa alla paternità e al cuore del Padre. Come nel figliol prodigo, anche il figlio maggiore riceve un messaggio: “Figlio, tutto ciò che è mio è tuo; torna a gioire di ciò che gioisco anch’io”, perché essere figli con cuore di servo significa riconoscere la propria identità. Quando un perduto viene ritrovato, il cuore del Padre fa festa, e anche il nostro deve farla. Considerando la vita del fratello maggiore, vediamo una trappola sottile: si può abitare nella casa e, allo stesso tempo, esserne lontani. Egli non aveva perso la casa, ma il cuore della casa: pur vivendo accanto al padre, il suo cuore era lontano da lui. Serviva, ma non gioiva; ubbidiva fuori, ma dentro covava risentimento; aveva tutto, ma viveva come se non avesse nulla, perché ragionava in modalità stipendio e non in modalità eredità. La bontà del Padre si vede nel fatto che esce anche per lui, gli parla con amore e gli rivela il segreto del cielo: gli angeli fanno festa quando un figlio perduto viene ritrovato. Nella casa del Padre la benedizione non consiste solo nell’avere cose, ma nell’avere il cuore allineato al Padre. Il fratello maggiore non deve tornare in chiesa, perché è già lì; deve solo tornare nella posizione di figlio. Deve lasciare la mentalità del contratto e rientrare nella gioia del Padre, perché il confronto spegne, il credito indurisce e il merito avvelena. Ma quando diciamo: “Padre, vieni a guarire il mio cuore, voglio amare come tu ami”, la benedizione scende, perché non viene dove c’è ragione, ma dove c’è relazione. La vera maturità è restare nella casa con il cuore del Padre e permettere allo Spirito Santo di lavorare dentro di noi.
