La stagione cambia, la sorgente rimane
LA STAGIONE CAMBIA, LA SORGENTE RIMANE
Casavatore 06-09-2026 PREDICAZIONE: PASTORE ANTONIO RUSSO
Il messaggio si inserisce nel percorso di approfondimento che in questo tempo stiamo facendo su Ezechiele 47, il capitolo che descrive il fiume che scaturisce dal trono di Dio e nel quale ogni credente è chiamato a immergersi. Parallelamente allo studio spirituale, viene sottolineato un fenomeno sorprendente nel mondo naturale: nel Mar Morto, il punto più basso della terra e talmente salato da non poter ospitare vita, sono comparse sorgenti di acqua dolce che formano pozze lungo la riva, dove sono nati spontaneamente pesci con pinne e squame, quindi kasher secondo il Levitico, senza che nessuno li abbia introdotti artificialmente. Questo viene letto come adempimento della profezia di Ezechiele, che annuncia acque capaci di risanare il Mar Morto al punto da farvi vivere pesci e attirare pescatori sulle sue rive, segno che i tempi sono brevi e che il ritorno di Cristo si avvicina. Tornando al fiume di cui parla Ezechiele, da cui prende anche il titolo il messaggio di oggi: “La stagione cambia, la Sorgente rimane”, sempre la stessa, perché la Sorgente non cambia mai. Questo fiume nasce dal tempio, cioè dalla presenza di Dio, ma non vi rimane rinchiuso: esce, raggiunge i luoghi aridi e desolati, risana le acque contaminate e moltiplica la vita. Dove arriva il fiume, arriva la vita, e questo prepara proprio quella pesca abbondante di cui parla la profezia, lo stesso segno che stiamo vedendo realizzarsi oggi nel Mar Morto. Gesù disse: "voi riceverete vita e vita in abbondanza", usando la parola greca Zoe, lo stesso tipo di vita di Dio. Ma l'opera del fiume non si esaurisce nella guarigione personale: come abbiamo letto di Abramo, Dio ci benedice per farci essere una benedizione, che deve passare attraverso di noi per raggiungere la vita degli altri. In questa quarta parte del nostro percorso, vediamo che lungo le rive di questo fiume, del quale non si parla in termini di lunghezza ma di larghezza, larghissimo, crescono alberi che portano frutto in continuazione, ogni mese, tutto l'anno, senza siccità né penuria. Le foglie di quegli alberi saranno come medicina, porteranno guarigione. Questo ci rivela lo scopo della presenza matura di Dio: portarci alla maturità spirituale, alla crescita. Come un genitore si preoccupa se un figlio fatica a crescere, perché la crescita è fisiologica, così Dio è interessato alla nostra crescita, perché non dobbiamo rimanere infantili: è nella maturità che possiamo conoscere il Suo proposito per la nostra vita, essere guariti, ristabiliti e resi persone feconde, capaci di far ricevere agli altri ciò che noi stessi abbiamo ricevuto. La presenza di Dio non è pensata solo per regalare esperienze isolate, ma per trasformare la vita in una testimonianza stabile di grazia e misericordia. Dio non vuole solo benedire, ma rendere ciascuno una benedizione, non un contenitore che trattiene l'acqua per sé, ma un canale, secondo quanto Gesù afferma in Giovanni 7:38: “fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo interno”, non acqua stagnante, non acqua putrida. In Ezechiele 47:12 è scritto: "Presso il torrente, sulle sue rive, da una parte e dall'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto; le cui foglie non appassiranno e il cui frutto non verrà meno. Ogni mese faranno frutti nuovi…". In natura non esiste un albero che porta frutto ogni mese: questi alberi rappresentano noi, spiritualmente parlando. Non siamo destinati a portare frutto solo in qualche occasione, perché “le acque sgorgano dal santuario”: procedono dalla presenza di Dio. Le nostre radici, continuamente alimentate dal fiume dello Spirito, dal fiume della vita, producono frutto sempre, ogni mese, non stagionalmente: questo ci parla di maturità e stabilità. Una persona radicata nella presenza di Dio non vive soltanto di occasioni o emozioni, per quanto gloria a Dio anche per quelle, ma continua a portare frutto anche durante la prova, anche nei momenti più difficili. Il Salmo 1:3 dice: "Egli sarà come un albero piantato lungo i rivi d'acqua, che dà il suo frutto nella sua stagione, e le cui foglie non appassiscono; e tutto quello che fa prospererà." Possiamo immaginare che Dio abbia proprio questo pensiero per la nostra vita: non un pensiero di siccità o di morte, ma di vita in abbondanza. Il Salmo ci dice che l'albero porta frutto nella sua stagione, ma Ezechiele mostra una dimensione più profonda. Quando l'albero è continuamente alimentato dal fiume dello Spirito, ogni mese diventa una nuova stagione di frutto, perché attingiamo dalla sorgente giusta. Cambiano i mesi, le circostanze, le stagioni, ma la sorgente resta sempre la stessa: la presenza di Dio. Questo non significa che non attraverseremo stagioni diverse, di semina, di attesa, di potatura, di raccolta, ma chi rimane piantato presso il fiume non vive mai una stagione inutile: tempo e circostanze non sono vani, se continuiamo ad attingere. Questo si collega a Giovanni 15:5: "Io sono la vite, voi siete i tralci. Chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto…" Per chi vive legato alla sorgente, portare frutto non è uno sforzo ma una conseguenza naturale: il segreto non è la stagione, ma restare collegati a Cristo. Il profeta Geremia scrive: "maledetto l'uomo che confida nell'uomo e fa del suo braccio la sua forza…" (Geremia 17:5), ma poi aggiunge: "Benedetto l'uomo che confida nell'Eterno, e la cui fiducia è l'Eterno. Egli sarà come un albero piantato presso le acque, che distende le sue radici lungo il fiume; non si accorgerà quando verrà la calura, il suo fogliame rimarrà verde; nell'anno della siccità non si darà pena, né cesserà di portare frutto." (Geremia 17:7-8). Da un lato, dunque, c'è il maledetto che confida nell'uomo, sia negli altri che in sé stesso; dall'altro il benedetto che confida nell'Eterno. Lo stesso Geremia aggiunge: "Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa e insanabilmente malato...” (Geremia 17:9). Questa è una profezia, scritta circa duemilaseicento anni fa, che già allora rivelava la vera condizione dell'uomo: senza Gesù il cuore diventa maligno, si avvelena e avvelena. Essere piantati presso il fiume non significa che il caldo non arriverà, ma che non riuscirà a distruggere il frutto: anche nelle stagioni più dure avremo sempre la sorgente da cui ricevere vita in abbondanza. La profondità spirituale non si misura dai doni, ricevuti nella fanciullezza spirituale, ma dal frutto dello Spirito: "amore, gioia, pace, pazienza, benignità, bontà, fede, mansuetudine, autocontrollo" (Galati 5:22-23). Quel frutto non è per noi, ma dobbiamo portarlo perché siano gli altri a nutrirsi dell'amore, della gioia, della pace che sono nella nostra vita. Gesù, in Giovanni 15:16, disse: "Non siete voi che avete scelto me, ma sono io che ho scelto voi", e ne indica subito lo scopo: "vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga …” Gesù non ci ha scelti per restare, ma per andare, ad annunciare il Regno di Dio a partire dalla nostra famiglia, dal nostro quartiere, dalla nostra città. La Chiesa oggi deve maturare, perché Gesù vuole un frutto duraturo, non momentaneo, come mostra Giuseppe, figlio di Giacobbe. Genesi 49:22 dice di lui: "Giuseppe è un ramo d'albero fruttifero, un ramo d'albero fruttifero presso una sorgente; i suoi rami si estendono sopra il muro." Tradito e venduto da dieci fratelli, schiavo in casa di Potifar, imprigionato ingiustamente, Giuseppe non smise mai di portare frutto. Arrivò al palazzo del faraone non perché qualcuno si ricordasse di lui, ma perché Dio lo fece ricordare attraverso i sogni del re. Continuò a portare frutto anche durante la carestia: le circostanze cambiavano, ma la sorgente da cui attingeva restava sempre la stessa. Fu proprio questa profondità in Dio a impedirgli di lasciarsi amareggiare dal tradimento subito. Chi vive vicino al fiume ha radici che nessuna stagione difficile, arida o calda potrà distruggere, perché quel fiume si trova dentro di noi, e da lì usciranno fiumi d'acqua viva. Rimaniamo legati alla sorgente: la stagione difficile non deve definire chi siamo. La nostra identità la prendiamo dalla Parola, perché siamo figli di Dio, non figli di ciò che stiamo vivendo, della malattia, della depressione o delle paure. Potremo essere dimenticati dagli uomini, come accadde a Giuseppe in prigione, ma non da Dio: le radici che sviluppiamo nel segreto scendono in profondità, preparando un frutto visibile al tempo opportuno. Pensiamo a Giuseppe: passarono tredici anni da quando fu venduto dai fratelli a quando si presentò al faraone, di cui almeno dieci o dodici in carcere ingiustamente, eppure restò legato alla sorgente. Esistono invece cuori amareggiati che si sono staccati dalla sorgente per il male ricevuto: ma quell'amarezza finisce per distruggere la vita di chi la trattiene, e non dobbiamo permetterlo. Dio non ci ha piantati per sopravvivere: molti cristiani sopravvivono soltanto, ma noi vogliamo onorare Gesù con la nostra vita. Dio ci ha piantati per portare frutto, e il frutto, come le foglie, non è per noi: è per gli altri. Il cuore del Padre è per gli altri: "Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna" (Giovanni 3:16). Questo verso diventa vero dentro di noi proprio perché Dio ci ha amati al punto da non trattenere Suo Figlio, ma da darlo per noi. Non lo meritavamo, eravamo nella fossa del peccato, eppure Gesù non ebbe vergogna di tirarci fuori, dicendoci: "voglio che tu diventi mio figlio, credi nel Signore Gesù e sarai salvato". Ezechiele 47:12 dice: "… Il loro frutto servirà come cibo e le loro foglie come medicina." Il nostro frutto sarà cibo per altri, perché l'albero che rappresentiamo non mangia il proprio frutto. Dio ci guarisce affinché portiamo guarigione, ci consola per farci fonte di consolazione, ci rialza perché possiamo rialzare altri. L’apostolo Paolo scrive in 2 Corinzi 1:3-4: "Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con cui noi stessi siamo da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualsiasi afflizione." Siamo stati consolati per consolare, salvati per condurre altri alla salvezza: a noi spetta annunciare che Gesù è la via, la verità e la vita, e che nessuno può arrivare al Padre se non attraverso di Lui. Questo significa che le foglie diventeranno guarigione: le ferite che Dio ha guarito nella nostra vita diventeranno medicina per gli altri. Pensiamo a Pietro: Gesù non si era dimenticato di lui, e lo restaurò. Il primo messaggio del Cristo risorto è "andate a dire ai miei discepoli e a Pietro", che lo nomina per nome nonostante il rinnegamento. Gesù non lo dimenticò, e sapeva esattamente in quale condizione si trovasse. Ancor prima del rinnegamento, in Luca 22:32, Gesù gli aveva detto: "Ma io ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno; e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli." Ciò che avrebbe imparato attraverso quella caduta sarebbe servito a fortificare i suoi fratelli. Allo stesso modo, quello che Dio fa nella nostra vita non è per noi soltanto, serve a rafforzare la vita degli altri. Dopo essere stato restaurato, Pietro predicò a Pentecoste e tremila persone ricevettero Gesù: il suo fallimento, la sua caduta, non furono la conclusione della sua storia. La nostra caduta non diventerà la nostra identità: siamo caduti, ma non siamo la nostra caduta, e la parte più difficile è proprio rialzarsi. È scritto in Michea 7:8: "Non ti rallegrare per me, o mia nemica! Se sono caduta, mi rialzerò; se sto seduta nelle tenebre, il SIGNORE sarà la mia luce." Pietro piangeva di amarezza, non di pentimento, ma Gesù ci invita alla Sua presenza, per dirci: "ti amo, figlio". Le nostre cicatrici racconteranno la fedeltà di Dio, perché Dio trasforma le ferite guarite in medicina per gli altri. Non a caso l'Apocalisse dice che l'abbiamo vinto "per il sangue dell'Agnello e per la parola della nostra testimonianza": la nostra testimonianza è un colpo diretto contro il diavolo, e racconta le grandi opere di Dio. Concludiamo con questo: non restiamo in nessuna palude. In Ezechiele 47:11 troviamo, accanto alla grande visione, anche un avvertimento: "Ma le sue paludi e le sue lagune non saranno risanate; saranno abbandonate al sale." Si può stare vicino al fiume e conservare comunque delle aree in cui non si è mai permesso allo Spirito Santo di intervenire e risanare, zone che non vogliamo arrendere a Dio. Può essere quell'offesa che continuiamo a custodire nel cuore, dicendo "non me lo meritavo": forse è vero, ma quell'offesa sta comunque facendo del male alla nostra vita, come una sanguisuga che ci toglie le forze. Oppure può essere l'orgoglio: Gesù ci ha insegnato l'umiltà, perché parla agli umili e insegna ai mansueti, e l'orgoglio è una trappola diabolica che distrugge la vita. Oppure può essere la paura, o il bisogno di controllare ogni cosa: Gesù, in Giovanni 21:18, disse a Pietro, “In verità, in verità ti dico: quando eri giovane ti cingevi da te e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani, e un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorresti.” Lasciamoci condurre dalle promesse di Dio. O infine può essere una persona che non vogliamo perdonare: il perdono non è un'emozione, è una decisione. Oppure quella palude può essere un'abitudine che non vogliamo abbandonare, trattenendo l'amarezza pur frequentando la presenza di Dio: Paolo diceva, "Non spegnete lo Spirito." Pensiamo al popolo d'Israele nel deserto: davanti al mare, con l'esercito del faraone alle spalle, Mosè grida a Dio e il mare si apre. Israele riceve ogni mattina la manna, pane fresco disceso dal cielo, e una roccia che li seguiva, percossa da Mosè, che la Scrittura identifica con Cristo stesso. Di giorno una nuvola li copriva dal caldo, di notte una colonna di fuoco li illuminava. Eppure, nonostante tutti questi miracoli, molti indurirono il cuore, come scrive l'autore della Lettera agli Ebrei: "Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori, come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto" (Salmo 95:7-8). Non entriamo in quella palude: siamo figli di Dio, Cristo vive nel nostro cuore. Non basta aver visto il fiume o averne parlato: dobbiamo permettere che raggiunga ogni area della nostra vita, perché ciò che tocca il fiume viene guarito, mentre tutto quello che continuiamo a trattenere rischia di restare arido. Lo Spirito Santo ci chiede oggi se c'è un'area del cuore in cui non gli abbiamo ancora permesso di entrare: è il momento di arrenderla, perché quando il fiume arriva, gli alberi portano frutto in ogni stagione, quell'albero siamo noi. Gesù vuole guarirci, renderci fecondi, farci un albero piantato presso il fiume che non smette di portare frutto nemmeno nella siccità, come Giuseppe. Per questo siamo chiamati a decisioni precise: rimanere presso il fiume, affondando le radici nella Parola, "che è stata fatta carne e ha abitato fra noi" (Giovanni 1:14); diventare frutto e medicina per gli altri, senza tenere per noi ciò che Dio ha fatto in noi; non tenere nessuna area della vita lontana dal fiume, dicendo: "Spirito Santo, entra in ogni area della mia vita." E Lui risponde: "vieni fuori da quelle paludi ed entra nel fiume dello Spirito di Dio."
