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Preparati, lo Spirito Santo vuole infiammare la chiesa 2°Parte

Preparati, lo Spirito Santo vuole infiammare la chiesa 2°Parte

 

PREPARATI, LO SPIRITO SANTO VUOLE INFIAMMARE LA CHIESA 2°Parte

Casavatore 12-04-2026                                                                              PREDICAZIONE: PASTORE ANTONIO RUSSO

In questo servizio riprendiamo il messaggio condiviso due settimane fa, “Preparati, lo Spirito Santo vuole infiammare la Chiesa”, entrando nella seconda parte. Cominciamo col dire che, nella scorsa domenica, ci siamo soffermati sulla Pasqua, riflettendo sulla realtà della croce e della risurrezione: ciò che è stato compiuto attraverso la croce e ciò che abbiamo ricevuto mediante la risurrezione di Cristo. Alla luce di questo, comprendiamo che Dio desidera che viviamo una vita di vittoria e che lo Spirito Santo vuole infiammare la Chiesa e la nostra vita. Ora facciamo un piccolo riepilogo della prima parte, cominciando col dire che noi riconosciamo che questo fuoco è santo e buono: non è un fuoco che distrugge, ma un fuoco che opera dentro di noi, producendo vero cambiamento e trasformazione. Poi abbiamo detto che, quando Dio trova cuori affamati, il cielo apre le sue cateratte; di conseguenza, quando la Chiesa si risveglia, la città viene visitata dalla presenza di Dio. Successivamente abbiamo fatto un riepilogo sui risvegli, iniziando dalla Chiesa del libro degli Atti, dal giorno della Pentecoste, quando lo Spirito Santo ha dato origine a una Chiesa risvegliata, infuocata e piena di Dio. In seguito, abbiamo ricordato anche il risveglio del 1700, iniziato a Londra e poi diffuso negli Stati Uniti, nato dal fatto che alcuni credenti si resero conto che la Chiesa stava dormendo e decisero di mettersi sulla breccia iniziando a pregare. A volte questo può scoraggiare, perché vorremmo vedere subito ciò che desideriamo, ma molti risvegli sono stati preceduti da anni e anni di preghiera, fino ad arrivare perfino a cento anni. Abbiamo citato l’esempio dei minatori convertiti, il cui linguaggio cambiò così radicalmente che perfino i cavalli non riconoscevano più i comandi, segno di un cambiamento profondo. Abbiamo poi ricordato alcuni grandi risvegli: quello del Galles, Azusa Street a Los Angeles, da cui è nato il movimento pentecostale oggi diffuso nel mondo, e il risveglio di Pensacola. Infine, abbiamo sottolineato che nessun risveglio nasce da strategie umane: non è frutto di organizzazione, ma della fame spirituale del popolo. Il punto non è se Dio vuole mandarlo, ma se la Chiesa è pronta a riceverlo. Ogni risveglio ha elementi comuni: fame di Dio, preghiera intensa, predicazione potente, libertà dello Spirito Santo e conversioni di massa. Negli Atti vediamo tremila persone convertirsi in un giorno, poi cinquemila, poi moltitudini che non si potevano più contare. Da questo comprendiamo che la volontà di Dio non è che la Chiesa dorma. Il risveglio è come una nota stonata, perché non dovrebbe essere necessario se la Chiesa rimanesse sveglia, ma quando si assopisce Dio interviene trovando cuori affamati. Il risveglio porta benefici straordinari: parte dalla vita personale, tocca la famiglia, la Chiesa, la città e il mondo. Dio non manda il fuoco su altari spenti: per questo abbiamo chiesto come sta il nostro altare, se è cenere o se c’è ancora fuoco. L’altare del Nuovo Testamento è quello che Gesù ci ha insegnato: prendere la nostra croce, seguirlo, morire a noi stessi, rinunciare ai nostri desideri e alla carne. Il fuoco scende quando il popolo torna alla presenza di Dio, alla preghiera, alla predicazione dell’Evangelo del Regno, quando lo Spirito Santo riacquista libertà nella Chiesa e quando non lo chiudiamo in schemi umani. A volte ciò che sembra disordine agli uomini è ordine per Dio, e dobbiamo imparare a riconoscerlo. La Chiesa deve anche tornare nelle strade, predicare la salvezza e annunciare l’amore di Dio ai perduti. Ci siamo quindi chiesti cosa dobbiamo fare oggi per vedere un risveglio nella nostra vita. Il risveglio non è solo un’opera sovrana di Dio, ma richiede una Chiesa pronta. La Bibbia ci insegna cinque passi: tornare alla presenza di Dio, tornare alla preghiera, tornare alla predicazione del Vangelo del Regno, lasciare libertà allo Spirito Santo e andare nelle strade per evangelizzare. Quando questi elementi tornano nella vita della Chiesa, il cielo si apre, lo Spirito Santo si muove, accadono cose straordinarie, le anime si salvano e la città cambia.

Quindi, conclusa questa breve sintesi, nella quale abbiamo parlato del tornare alla presenza, ora affrontiamo il tema del tornare alla preghiera: una preghiera di rottura. Si arriva a questo tipo di preghiera attraverso la perseveranza, perché spesso ci limitiamo a dire poche parole pensando di aver pregato, mentre Dio desidera che andiamo più in profondità. Gesù, in Luca 18, insegna la parabola della vedova e del giudice iniquo, dove troviamo la realtà della preghiera di rottura: perseveranza, insistenza, determinazione. La donna rappresenta la Chiesa, una donna che continua a supplicare finché il giudice, infastidito, non le risponde. Gesù usa un caso estremo: quel giudice non rappresenta Dio, ma serve a mostrarci che, se perfino un uomo ingiusto arriva a esaudire per l’insistenza, quanto più lo farà Dio. Nel verso 8, Gesù collega tutto al Suo ritorno, dicendo che il Figlio dell’uomo si chiederà se troverà fede sulla terra: una fede legata alla perseveranza nella preghiera, una fede che non si ferma davanti agli ostacoli ma continua fino a vedere la risposta divina. La preghiera perseverante è espressione di una fede perseverante. la Chiesa viveva miracoli e conversioni, ma anche opposizioni e minacce: veniva proibito loro di parlare nel nome di Gesù. E cosa fa la Chiesa? Non cerca strategie umane, ma si mette a pregare, cercando la strategia del cielo. Tornando alla preghiera di rottura leggiamo Atti 4:31; “E, dopo che ebbero pregato, il luogo dove erano radunati tremò…”. Un terremoto santo, dove nulla crolla ma i cuori cambiano. Era una preghiera di rottura, vissuta con tutto il cuore, e il risultato fu che “furono tutti ripieni di Spirito Santo e annunciavano la parola di Dio con franchezza”. Quando attraversiamo momenti difficili, è normale avere un attimo di smarrimento, ma poi dobbiamo rientrare in noi stessi e dichiarare che Gesù è il nostro Signore. La Chiesa del primo secolo non cercò soluzioni umane, ma divine: pregò. Il risveglio non nasce quando la Chiesa è agitata, ma quando è in ginocchio, perché è nella stanza segreta, nel “Tameion”, che si prepara ciò che poi si manifesta pubblicamente. Gesù ha insegnato che ciò che riceviamo nel segreto sarà manifestato apertamente. La stanza della preghiera produce potenza pubblica. La preghiera apre il cielo e non possiamo delegarla ad altri: riguarda tutti i figli di Dio. Non ci sarà mai risveglio senza una preghiera efficace, né cambiamento senza una Chiesa che prega fino a vedere una rottura nel mondo spirituale. Anche nella lode e nell’adorazione dobbiamo spingere finché si apre una breccia nella presenza di Dio. C’è un momento, quasi come un click improvviso, in cui qualcosa cambia e Dio comincia a muoversi in modo soprannaturale, ma tutto nasce nella nostra stanzetta, nel nostro Tameion, nella preghiera personale, perché ciò che avviene nel segreto Dio poi lo rende pubblico. La preghiera di rompimento indica una rottura, un punto di svolta in cui ciò che era chiuso comincia ad aprirsi. A volte spingiamo verso una situazione e ci accorgiamo che è come un muro duro, oppresso, bloccato; ma quando perseveriamo, quel muro inizia a cedere sotto l’azione di Dio. Non è emozione, è un’azione spirituale: qualcosa che resisteva comincia a crollare. Chi prega con perseveranza spesso sente un peso cadere dalle spalle, perché siamo abituati a pregare poco e a stancarci, mentre Gesù, nella parabola del giudice iniquo e della vedova, insegna a pregare senza stancarsi, non per convincere Dio, ma perché ci sono impedimenti e fortezze che devono crollare. Il rompimento può essere anche il movimento di una situazione ferma, un cuore duro che si ammorbidisce, una catena spirituale che si spezza, portando libertà, pianto, ravvedimento e pace. Quando diciamo che c’è stato un rompimento, intendiamo che una barriera è stata infranta, un muro che impediva alla promessa di manifestarsi è stato aperto, si è creata una breccia e qualcosa è venuto alla luce. Questo rompimento può essere interiore, spirituale o nelle circostanze. Il rompimento interiore avviene quando l’orgoglio crolla, quando la durezza, l’indifferenza, la freddezza e la superficialità vengono spezzate e la persona entra in una vera resa. Il rompimento spirituale è la caduta di una pressione invisibile: una resistenza, un’oppressione, una tenebra che tratteneva una vita o una situazione. Il rompimento nelle circostanze si manifesta quando, dopo tanta preghiera, qualcosa si sblocca concretamente: una porta si apre, arriva una risposta, una relazione cambia, una direzione si chiarisce. La Bibbia parla di Agar: l’acqua era accanto a lei, ma non riusciva a vederla. Quando ha supplicato Dio dicendo: “Prendi la mia vita, ma risparmia quella di mio figlio”, si è aperta una rottura e i suoi occhi hanno visto la sorgente, che era sempre lì, ma prima qualcosa le impediva di riconoscerla. Così il rompimento biblico richiama immagini come spezzare il giogo, abbattere una fortezza, aprire una breccia. Una fortezza è un muro che impedisce l’accesso alla benedizione: quando lo abbattiamo, la promessa entra nella nostra vita. Dio ci dà chiavi potenti: non dobbiamo distrarci né litigare, ma cercare Dio in ginocchio. Il giogo si spezza, le fortezze crollano, il terreno duro viene dissodato. La Scrittura dice: “dissodate il vostro terreno prima di seminare”. Un cuore indurito non può ricevere il seme: deve essere lavorato, zappato, preparato affinché la via di Dio scorra liberamente. Il rompimento non è rumore, ma sfondamento: non è agitazione, ma il cambiamento reale prodotto dall’intervento di Dio; tuttavia, Dio richiede perseveranza. Non si tratta di dire “Signore, benedici me”, ma “Signore, voglio essere un canale della tua benedizione”. Il rompimento arriva quando la preghiera non resta superficiale, ma colpisce ciò che teneva ferma la risposta finché la breccia non si apre. È questo il livello che vediamo negli uomini e nelle donne della Bibbia che hanno vissuto un’esperienza di rompimento. Per questo parleremo di due esempi dell’Antico Testamento e di due del Nuovo Testamento.

Il primo esempio di cui parleremo è la preghiera di Anna in 1 Samuele 1, che mostra cosa significa arrivare a un vero rompimento spirituale.

Anna viveva un blocco profondo: era sterile, si sentiva umiliata e portava dentro di sé un dolore che la consumava. Nel contesto ebraico la maternità era considerata un segno di benedizione, legata anche alla speranza che il Messia potesse nascere in mezzo a loro, e per questo il suo cuore era afflitto. Per molto tempo aveva pregato in modo naturale, chiedendo a Dio di benedirla, guarirla, togliere la sua sterilità. Ma a un certo punto la sua preghiera cambia natura: diventa intensa, profonda, carica di lacrime e di amarezza dell’anima. La Scrittura dice che piangeva a dirotto, e questo mostra che stava entrando in un livello diverso, non più superficiale ma di totale resa. Anna rimane nel luogo di preghiera, non cerca Eli, non cerca consolazioni umane: riversa il suo cuore davanti a Dio. Eli la osserva e pensa che sia ubriaca, perché le sue labbra si muovono senza che si senta la voce, ma in realtà lei sta combattendo la sua battaglia spirituale. È arrivata al punto di rottura: quel momento in cui qualcosa deve cambiare, in cui una stagione deve finire e un’altra deve iniziare. Il rompimento nella vita di Anna avviene quando passa dal dolore alla resa, dalla vergogna alla fede, dalla chiusura alla risposta di Dio. Prima era oppressa, ma dopo aver pregato il suo volto cambia; anche se il miracolo non era ancora visibile, dentro di lei il peso era già caduto, prima che Samuele nascesse. Questa è una lezione fondamentale: spesso il rompimento avviene prima nello spirito e poi nella realtà. La vittoria si conquista sulle ginocchia e solo dopo si manifesta pubblicamente. La situazione non cambia finché non si ottiene la vittoria nel mondo spirituale. Così accade per la salvezza dei nostri figli e per ogni area della nostra vita: prima si spezza il giogo dentro di noi, poi la risposta arriva nel visibile.

Il secondo esempio è quello del profeta Daniele, che prega, digiuna, si umilia e cerca Dio per 21 giorni.

Esteriormente tutto sembra fermo e nulla si muove, ma la sua perseveranza apre la strada alla risposta. In Daniele 10:12-13 leggiamo: “Egli allora mi disse: «Non temere, Daniele, perché dal primo giorno che ti mettesti in cuore di intendere e di umiliarti davanti al tuo DIO, le tue parole sono state ascoltate e io sono venuto in risposta alle tue parole. Ma il principe del regno di Persia mi ha resistito ventun giorni; però ecco, Michele, uno dei primi principi, mi è venuto in aiuto, perché ero rimasto là con il re di Persia.” Questo mostra che la risposta era partita dal primo giorno, ma aveva incontrato opposizione nel mondo spirituale. La perseveranza di Daniele permette che la promessa venga liberata e che l’intervento angelico spezzi la resistenza. Molti credenti, invece, si arrendono troppo presto e pensano: “Dio non mi ama, Dio non mi risponde, le mie parole vanno al vento”, ma questa è una menzogna. Il desiderio del Padre è esaudire secondo la Sua volontà; Egli è più interessato di noi stessi ad esaudirci. Tuttavia, come accadde a Daniele, può esserci un’opposizione che ritarda la manifestazione della risposta, e proprio lì è necessario un rompimento. Il rompimento nella vita di Daniele avviene quando la sua perseveranza supera la resistenza spirituale, fino a liberare ciò che era stato bloccato, così che la risposta, già decretata nel cielo, diventa visibile sulla terra. Molti dicono: “Dio non mi parla, Dio non mi risponde”, ma il silenzio non significa assenza. Spesso indica una battaglia in corso prima del rompimento, una guerra spirituale che deve essere vinta prima che la promessa si manifesti. Daniele insegna che la preghiera perseverante produce rottura: il ritardo non è rifiuto, ma segno di opposizione, perciò non bisogna fermarsi sulla soglia. Oggi, qui ci sono propositi, volontà di Dio, guarigioni, miracoli che attendono di essere liberati, ma molti non li vedono perché si arrendono prima di andare oltre. La storia di Daniele, come quella di Anna, ci chiama a perseverare finché la breccia non si apre e la risposta non arriva.

Il terzo esempio è quello della Chiesa che prega per Pietro.

In Atti 12:5-11 lo troviamo in carcere, umiliato, sorvegliato da soldati e senza alcuna via d’uscita umanamente possibile. Ma la Scrittura sottolinea una frase decisiva: “continue orazioni a Dio erano fatte dalla chiesa per lui.” Mentre Pietro è legato, la Chiesa intercede senza fermarsi, e proprio in quel contesto avviene il soprannaturale: l’angelo del Signore entra nella prigione, le catene cadono, le porte si aprono e Pietro viene liberato. Questo è un rompimento autentico, un intervento divino che spezza ciò che sembrava impossibile da spezzare. Pietro forse dorme, forse riposa, ma la Chiesa continua a pregare.  la preghiera comunitaria raggiunge luoghi dove l’uomo non può arrivare e apre ciò che è chiuso. Il mondo spirituale non può resistere a una Chiesa che intercede con perseveranza. Da questo impariamo che Dio ci chiama a un livello di preghiera più profondo. Non possiamo accontentarci di una religiosità stanca o superficiale. Se dentro di noi c’è insoddisfazione, è perché lo Spirito ci sta spingendo verso una svolta. È tempo di entrare in un nuovo livello di preghiera, come la Chiesa che pregava per Pietro, affinché anche nella nostra vita si aprano porte che sembrano impossibili da aprire.

Il quarto esempio è quello di Paolo e Sila in Atti 16.

Sono prigionieri, picchiati, frustati, con i piedi nei ceppi di ferro. La loro situazione è umanamente senza via d’uscita, immersa nel buio totale della mezzanotte, quando non esistevano luci né possibilità di vedere oltre l’oscurità. In quel momento, invece di lamentarsi o scoraggiarsi, iniziano a pregare e a cantare inni a Dio. Atti 16:25 dice: “Verso la mezzanotte Paolo e Sila pregavano e cantavano inni a Dio; e i prigionieri li udivano.” Sono canti di lode, adorazione e resa totale al Signore, proclamazioni della Sua grandezza, e mentre loro lodano, arriva il rompimento. Il verso 26 continua: “Improvvisamente si fece un gran terremoto, tanto che le fondamenta della prigione furono scosse; e in quell’istante tutte le porte si aprirono e le catene di tutti si sciolsero.” È un terremoto spirituale, un intervento soprannaturale che spezza ciò che sembrava impossibile da spezzare. Le porte si aprono e le catene cadono non perché Paolo e Sila si lamentano, ma perché pregano e lodano Dio. La preghiera apre le prigioni, la lode spezza le catene, la presenza di Dio distrugge ciò che sembrava impenetrabile. Nonostante la fatica fisica, loro gioiscono nella presenza del Signore e Lo esaltano. A un certo punto avviene la svolta: le porte si aprono, le catene si spezzano e il carceriere, preso dal panico, pensa di togliersi la vita, credendo di aver perso i prigionieri, ma Paolo grida: “Fermati! Siamo tutti qui!”. Da quel momento il carceriere ascolta la Parola, si converte e viene salvato insieme alla sua famiglia, e Paolo gli annuncia: “Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu e la tua casa!”. Tutto questo accade perché Paolo e Sila arrivano a un punto di rottura nella loro preghiera. Il rompimento non libera solo loro, ma diventa un canale di salvezza per altri. È un esempio potente di come la preghiera perseverante e la lode sincera aprano porte che nessuna forza umana può aprire e trasformino situazioni che sembravano senza speranza.

Questi quattro esempi mostrano che il rompimento nella preghiera può manifestarsi in modi diversi, ma con un’unica direzione: quando qualcosa crolla davanti alla presenza di Dio, allora si apre un varco. In Anna si spezza un dolore interiore: portava un peso profondo, un’amarezza che la consumava, e quel peso viene rotto nella preghiera. Anche noi spesso custodiamo dolori nascosti, ma Dio non ci invita a lamentarci: ci chiama a perseverare finché non arriva la rottura. In Daniele si rompe qualcosa di invisibile, una resistenza spirituale che nel naturale non si vedeva ma che impediva la risposta. Pietro, in Atti 12, vede aprirsi la prigione grazie alla preghiera della Chiesa, eppure oggi proprio la preghiera è tra le realtà più trascurate. Tutto nasce dalla preghiera e tutto si spegne quando si smette di pregare. La Chiesa prega e Pietro viene liberato; Paolo e Sila pregano e le catene si spezzano, le porte si aprono. Il rompimento è quel momento in cui la preghiera perseverante tocca ciò che resisteva e lo fa crollare. Quando incontriamo resistenze, non possiamo aspettare che altri preghino al posto nostro: siamo noi a dover insistere finché non si apre il varco. Quando arriva il rompimento, ciò che era trattenuto si sblocca, ciò che era chiuso si apre, ciò che era legato si scioglie. Dio ci sta conducendo verso questo livello di preghiera. Lo vediamo in Anna, in Daniele, in Paolo e Sila, in Pietro e nella Chiesa che pregava per lui, e quando comprendiamo ciò che hanno vissuto, anche nella nostra vita arriva la rottura. Essa si manifesta quando il popolo di Dio smette di pregare in modo superficiale e inizia a pregare fino a toccare il cielo. I risvegli sono nati perché uomini e donne hanno detto: siamo stanchi della religione, vogliamo Dio. Se desideriamo un risveglio fuori di noi, prima deve avvenire un rompimento dentro di noi. Il risveglio nasce quando qualcuno spezza il proprio cuore davanti al Padre: allora i muri cadono e si aprono varchi nelle famiglie, nei giovani, nelle case e nei cuori induriti. Tutto questo accade perché c’è stata una rottura.

 

 

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