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Quando il passo diventa missione

Quando il passo diventa missione

 

QUANDO IL PASSO DIVENTA MISSIONE

Casavatore 03-05-2026                                                                         PREDICAZIONE: ANZIANO ANTONIO GENOVA

Il tema che condividiamo in questo servizio, “Quando il passo diventa missione”, nasce da una domanda che ci coinvolge direttamente: quanti di noi sono stati battezzati nello Spirito Santo? Quanti di noi sono stati realmente riempiti dalla Sua presenza? Attraverso questa riflessione, comprendiamo che lo Spirito Santo desidera portarci a una consapevolezza più profonda: nella nostra corsa verso il Regno di Dio e il compimento delle Sue promesse non siamo soli. Egli è con noi, ci guida, ci sostiene e trasforma ogni nostro passo in una missione. Tuttavia, spesso le nostre preghiere sono indirizzate in modo sbagliato: “Spirito Santo, aiutaci in questo, aiutaci in quello”. Siamo invece chiamati a pregare come i nostri fratelli che ci hanno preceduto, affinché qualcosa accada nel popolo, per avanzare e vincere battaglie per Dio con riverenza. Dio ha deciso di fare sul serio con noi, ci vede come un proposito, come figli per i quali ha preparato il meglio. La differenza la farà la nostra obbedienza e il nostro ascolto, confidando che non ci lascerà e non ci abbandonerà. In Atti 8:29-31 leggiamo: “E lo Spirito disse a Filippo: «Accostati e raggiungi quel carro!». Filippo gli corse vicino e, sentendo che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Comprendi ciò che leggi?». Quegli disse: «E come potrei, se nessuno mi fa da guida?». Poi pregò Filippo di salire e di sedersi accanto a lui.” In Filippo vediamo zelo e passione: quando Dio parla, egli corre senza esitare. Questo zelo non deve spegnersi, perché siamo chiamati a mantenere lo stesso zelo fino alla fine, perseverando in ogni circostanza. Dal primo passo nasce la continuità, che ci mantiene in movimento e ci impedisce di tornare indietro. L’armatura del credente è rivolta in avanti, e questo ci insegna che siamo chiamati ad avanzare. Anche Gesù non si è tirato indietro davanti alla croce. La Parola ammonisce: Luca 9:62; “Gesù gli disse: «Nessuno che ha messo la mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».” Noi siamo un proposito: Dio ci ha scelti e ha posto in noi un disegno preciso. Siamo chiamati a vivere degnamente, senza fermarci a metà strada, ma dichiarando: “noi saremo perseveranti fino alla fine”. Spesso iniziamo con entusiasmo, ma ci fermiamo davanti agli ostacoli; per questo dobbiamo sviluppare costanza e determinazione fino al compimento. Gli ostacoli fanno parte del cammino: se non ci sono opposizioni, significa che non stiamo incidendo. Anche nelle difficoltà dobbiamo dare gloria a Dio, perché la nostra fede cresce proprio lì. Nei deserti spirituali, ciò che scegliamo di dire e credere determina la direzione: possiamo uscirne rafforzati o sconfitti. Dio ci chiama alla perseveranza: osservando i grandi uomini di Dio, comprendiamo che la differenza non risiedeva in capacità superiori, ma nella loro costanza. Sono rimasti saldi, hanno cercato Dio anche nel pianto e Gli hanno permesso di sostenerli e di tirarli fuori da ogni situazione. Così anche noi siamo chiamati a non mollare, ma a perseverare fino alla fine, rimanendo infuocati e fedeli nel cammino che Dio ha preparato per la nostra vita. La Parola dice che chi persevererà fino alla fine sarà salvato, e questo vuol dire che la perseveranza ci mantiene vivi e vigili spiritualmente. Quando invece viene meno, iniziamo lentamente a raffreddarci nella fede, ed è una condizione pericolosa che richiede una reazione immediata: dobbiamo riconoscere il segnale e dirci “siamo in pericolo, abbiamo bisogno di riaccenderci, di tornare ad essere infuocati”. Questo fuoco si mantiene attraverso la preghiera, un continuo incoraggiamento interiore, aprendoci all’opera dello Spirito Santo, dicendo: “Spirito Santo, quando vedi che stiamo cedendo, scuotici, ravviva la nostra vita e non permettere che cadiamo nel sonno spirituale”.

2Timoteo 4:7; “Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho serbato la fede.”

Quindi, ciò che ci porta alla continuità e ci impedisce di fermarci al primo passo è l’obbedienza, un’obbedienza totale che ci spinge a proseguire secondo la direzione di Dio. In Atti 8:26 vediamo la chiamata particolare rivolta a Filippo: “Alzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza”. Fin qui tutto appare chiaro, ma subito dopo troviamo un dettaglio sorprendente: “Essa è deserta”. Questo avrebbe potuto generare dubbio, perché umanamente sembra illogico andare in un luogo deserto. Eppure, Filippo non mette in discussione la voce di Dio, ma al verso 27 leggiamo: “Egli si alzò e si mise in cammino …” Questo ci insegna quanto sia fondamentale riconoscere la voce di Dio e rispondere senza esitazione. Filippo viveva una vita di preghiera che gli permetteva discernimento nello spirito, infatti il testo dice: “Un angelo del Signore parlò a Filippo”. L’ubbidienza, quindi, non è un evento isolato, ma uno stile di vita continuo: ogni giorno siamo chiamati ad ascoltare e ad ubbidire, sviluppando una fiducia totale in Dio. Anche quando ciò che Dio chiede non coincide con le nostre preferenze, dobbiamo riconoscere che ciò che piace a Lui è ciò che conta, perché conduce sempre verso una benedizione e verso il compimento del Suo proposito. Dopo il primo passo non dobbiamo fermarci, perché il rischio è di arrestarci proprio a un passo dal compimento, quando spesso il meglio deve ancora arrivare. L’immagine dell’uomo che sale una scala lunghissima descrive bene questa realtà: dopo tanta fatica arriva al penultimo gradino, ma invece di completare il percorso, si ferma e torna indietro, smettendo di credere che quella fosse la via di Dio. Qui entra in gioco lo scoraggiamento, che è molto pericoloso perché può bloccare ciò che Dio vuole compiere in noi. Quando siamo motivati, prendiamo decisioni e diciamo: “Dio ci ha parlato, quindi dobbiamo agire”, ma quando arrivano le delusioni e le cose non vanno come previsto, rischiamo di scoraggiarci. Tuttavia, dobbiamo ricordare che, se Dio ci ha parlato, sarà Lui a portarci fino in fondo. Lo scoraggiamento non appartiene alla vita di fede, ma nella Scrittura vediamo che anche i discepoli sulla via di Emmaus ne furono colpiti. Essi dicevano: “Noi avevamo riposto le nostre aspettative in Gesù… ma tutto sembra essere finito”. In Luca 24:13-17 leggiamo: “In quello stesso giorno, due di loro se ne andavano verso un villaggio di nome Emmaus… Gesù stesso si accostò e si mise a camminare con loro. Ma i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo… «Che discorsi sono questi…? E perché siete mesti?»”. Questa Scrittura ci insegna che lo scoraggiamento può chiudere i nostri occhi spirituali, impedendoci di riconoscere anche la presenza di Gesù accanto a noi. Lo scoraggiamento non ci permette di vedere la soluzione, ma ci porta a focalizzarci solo su ciò che è negativo attorno a noi, spingendoci anche a cercare colpevoli: “non siamo riusciti perché è colpa di questo”, “è colpa di quell’altro”, oppure “qualcuno ci ha deluso, ferito, offeso”. Tuttavia, spesso la verità è dentro di noi: non abbiamo creduto pienamente che quella fosse la chiamata di Dio per la nostra vita. La nostra risposta dovrebbe essere quella di rimanere fermi sulla roccia, nella certezza che la promessa di Dio è la Sua Parola. Lo scoraggiamento è qualcosa di tremendo, perché può farci sentire come se Gesù fosse lontano o assente, ma proprio in quei momenti siamo chiamati a cercarLo di più, a invocare il Suo intervento affinché rialzi e ristabilisca la nostra vita. Non dobbiamo abbandonare la comunione, né smettere di pregare o allontanarci dalle riunioni dei credenti, perché lo scoraggiamento non viene da Dio, ma è una strategia del nemico per portarci fuori dal proposito di Dio. Per questo dobbiamo reagire con determinazione, dicendo: “Signore, vogliamo essere tuoi operai, vogliamo ubbidirTi pienamente, come ha fatto Filippo”. Vediamo infatti che Filippo, grazie alla sua ubbidienza pronta e totale, viene guidato nei dettagli. Anche quando compie un passo che umanamente sembra illogico, come andare su una strada deserta, Dio non lo lascia senza direzione, ma gli parla in modo preciso: “Avvicinati a quel carro”. Filippo avrebbe potuto ignorare quel segnale, ma sceglie un’ubbidienza semplice e totale, e proprio così Dio lo conduce passo dopo passo fino al compimento del Suo proposito. Questo ci insegna un principio fondamentale: Dio non ci mostra tutto subito. A volte pensiamo che sarebbe più facile vedere già il finale, ma non è così che funziona la fede. Proprio perché esistono opposizione e difficoltà, Dio ci guida progressivamente; se vedessimo tutto in anticipo, potremmo scoraggiarci e rinunciare. Per questo siamo chiamati a camminare per fede, combattendo ogni giorno e affidandoci a Lui passo dopo passo. Il buon combattimento della fede è quotidiano, e la nostra dichiarazione deve essere ferma: “noi ce la faremo, rimarremo saldi, combatteremo”. Fin dal mattino siamo chiamati a essere vigili, senza aspettare di essere colpiti per reagire, ma prevenendo attraverso una vita di preghiera e una postura spirituale attiva. Dio spesso rivela la direzione mentre ci muoviamo, e questo ci spinge ad agire e a non restare fermi. Come ha guidato Abramo e tanti altri, così guiderà anche noi, mostrandoci il cammino passo dopo passo. E sarà un cammino vincente, perché come disse a Giosuè: “Come sono stato con Mosè, così sarò con te; io non ti lascerò e non ti abbandonerò. Sii forte e coraggioso”. Serve quindi prontezza nell’ubbidienza, ma anche uno stile di vita costante alla presenza di Dio. Se la nostra mente è occupata da troppe altre voci, non potremo riconoscere chiaramente la voce di Dio. Solo vivendo una vita di preghiera e comunione possiamo sviluppare un vero discernimento. Filippo viveva questa connessione continua, e per questo non solo ubbidì, ma corse, entrando in una dimensione di accelerazione. Crediamo che Dio stia portando un’accelerazione anche oggi, ma questo richiede una risposta da parte nostra: dobbiamo agire, fare il primo passo e vivere una dipendenza totale da Lui, permettendoGli di operare nella nostra vita. Una delle cose che spesso impedisce a noi credenti di vivere l’accelerazione è il peso del passato. Tra gli ostacoli troviamo gli errori commessi, che ci portano a dire: “Se lo avessi saputo, non lo avrei mai fatto”. Tuttavia, i peccati vanno abbandonati e i fallimenti non devono bloccarci; al contrario, possiamo dire: gloria a Dio anche per i fallimenti, perché ci permettono di imparare, crescere e scegliere di agire diversamente. Ci sono poi offese, ferite, delusioni e quel senso di rifiuto che ci fa sentire non accettati o amati. Ma dobbiamo riconoscere anche la nostra responsabilità: come siamo stati feriti, a volte abbiamo ferito; come siamo stati offesi, abbiamo offeso; come abbiamo sentito mancanza di amore, forse non abbiamo seminato amore. Per questo è fondamentale lasciare andare il passato, sia ciò che abbiamo subito sia ciò che abbiamo fatto, decidendo di non restare bloccati. Possiamo immaginare di riempire un “sacchetto spirituale” con errori, ferite e delusioni, e scegliere di andare avanti. In Filippesi 3:13 leggiamo: “Fratelli, non ritengo di avere già ottenuto il premio, ma faccio una cosa: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso le cose che stanno davanti”. Paolo ci insegna a lasciare il passato alle spalle e a non permettere che ostacoli il nostro cammino. La parola “protendendomi” indica uno slancio, uno spingersi oltre i propri limiti, non significa solo andare avanti, ma esporsi e fare uno sforzo in più. Come chi si sporge da un balcone e vede più lontano, così anche noi, quando ci protendiamo verso ciò che Dio ha davanti per noi, entriamo in una visione più ampia del Suo proposito. Questo richiede uno sforzo che va oltre le nostre forze naturali: questa è obbedienza, questo è servire Dio, questa è fede. Paolo, dopo molte prove, dichiara in Romani 8:37: “Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati.” In Marco 10:29-30 è scritto: “Allora Gesù, rispondendo, disse: «Io vi dico in verità che non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o padre o madre o moglie o figli o poderi per amor mio e dell'evangelo, che non riceva il centuplo ora, in questo tempo… insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna.” Quindi, anche la persecuzione fa parte del cammino, come confermato in Matteo 5:11: “Beati sarete voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia.” Per questo non dobbiamo rallentare o rimandare, perché un’ubbidienza ritardata rischia di diventare disubbidienza. Rimandare significa perdere il tempo di Dio. L’esempio di Giona è chiaro: chiamato ad andare a Ninive, sceglie la direzione opposta entrando nella disubbidienza, con conseguente tempesta e pericolo anche per gli altri. In Giona 1:12 leggiamo: “Egli rispose loro: «Prendetemi e gettatemi in mare e il mare si calmerà per voi, perché io so che questa grande tempesta vi è venuta addosso per causa mia».” Giona riconosce la propria responsabilità, e questo ci insegna a fare lo stesso davanti a Dio. La disubbidienza non coinvolge solo noi, ma può influenzare anche le nostre famiglie, portando tensioni e difficoltà. Spesso, infatti, mogli e figli subiscono le conseguenze di scelte sbagliate. Questo può risultare duro da ascoltare, possiamo comunque accoglierlo con serenità, ricordando che Dio ci parla per amore e per portarci alla liberazione, chiamandoci a non essere sordi spiritualmente, ma pronti a ubbidire. Quando Dio ci parla, non lo fa per condannarci o giudicarci, ma per amarci e portarci a una correzione che produce vita. La missione, infatti, nasce dalla relazione: le persone hanno bisogno di sapere che possiamo essere strumenti attraverso cui Dio risponde ai loro bisogni, soprattutto a quelli spirituali. Chi è fuori ha bisogno di essere accolto, amato e non giudicato, perché ciò che spesso non trova nel mondo può trovarlo nella Chiesa di Gesù. Le persone hanno bisogno di incontrare amore e di trovare persone che dicano: “Noi siamo disponibili a prenderci cura della tua vita, a camminare con te nelle difficoltà, negli affanni e nelle lotte”, condividendo il peso del cuore per portare sollievo e speranza. Per questo tutto deve essere fondato su una relazione vera, e abbiamo bisogno delle compassioni di Dio, le stesse di Gesù, perché sono queste che ci spingono ad agire. Se chi viene da fuori trova gli stessi atteggiamenti del mondo, per loro non cambia nulla; perciò siamo chiamati a essere umili, mansueti e disponibili. La Chiesa è missionaria: deve portare ciò che è di Dio nel mondo senza lasciarsi modellare dal mondo. Dio cerca disponibilità, non perfezione, e questo lo vediamo nell’incontro tra Filippo e l’eunuco, quando Filippo si avvicina e chiede: “Capisci quello che stai leggendo?”. Non si presenta con presunzione, ma con umiltà, mettendosi accanto e guidando quell’uomo nella sua necessità reale, senza giudicare, affinché lo Spirito Santo possa toccarlo. Questo ci insegna che Dio prepara le persone prima ancora che noi ci muoviamo. Il mondo, anche se segnato dal peccato e descritto come “aion”, è comunque amato da Dio, e proprio lì siamo chiamati a portare la luce del Vangelo con discernimento. Negli ultimi tempi, più la Chiesa cresce nella conoscenza della verità, più il nemico perde forza. Quando prendiamo consapevolezza della nostra autorità in Cristo, l’opposizione spirituale viene smascherata. Non possiamo dormire, ma dobbiamo svegliarci alla nostra identità, senza vivere come chi possiede un tesoro e non lo utilizza. Come Mosè, che riconobbe la presenza di Dio e dichiarò: “Lascia andare il mio popolo”, anche noi possiamo dichiarare con fede: lascia andare la nostra famiglia, la nostra salute e le nostre finanze, perché ciò che è stato trattenuto deve essere restituito secondo la giustizia di Dio. Dio lavora prima di noi, e il mondo è pronto, come dice Gesù in Giovanni 4:35: “alzate i vostri occhi e mirate le campagne come già biancheggiano per la mietitura.” Gesù ci sta dicendo la stessa cosa oggi: mirate la città, mirate l’Italia, che è già pronta per la raccolta, e il popolo di Dio deve muoversi per andare a prenderla. Come Davide davanti al gigante dichiarò: “È fatta, io gli taglierò la testa”, così anche noi dobbiamo credere che ciò che Dio ha detto sarà compiuto, ma servono operai pronti ad agire. L’ubbidienza crea incontri divini: Dio prepara cuori e apre porte, ma noi dobbiamo essere pronti. Le nostre case possono diventare luoghi di pace e adorazione, attirando le persone al profumo di Cristo. Lo vediamo nell’ubbidienza di Anania verso Saulo, in quella di Noè che perseverò nonostante derisioni, in quella di Giuseppe che non si arrese, e soprattutto in Gesù Cristo, che ubbidì fino alla croce. Questi esempi ci chiamano a muoverci nonostante le difficoltà. Spesso ci fermiamo perché temiamo gli ostacoli, ma Dio ci chiede di fare il primo passo: i successivi li faremo con Lui, sostenuti da miracoli, segni e prodigi. Come Mosè non fu lasciato solo, così anche noi, muovendoci nei progetti di Dio, vedremo porte aprirsi e la Sua gloria manifestarsi. Ogni giorno dobbiamo chiederci: “Dove vuoi mandarmi oggi?”, e questo deve diventare uno stile di vita continuo. Il primo passo ci attiva, ma è la continuità che ci trasforma: l’ubbidienza costante cambia la nostra vita, la famiglia e ogni area della nostra esistenza. Non siamo chiamati a fare un solo passo, ma a vivere in movimento con Dio, perché, essendo stati creati a Sua immagine, se Dio si muove, anche noi siamo chiamati a muoverci insieme a Lui.

 

 

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