Dalla Formazione alla Missione
DALLA FORMAZIONE ALLA MISSIONE
Casavatore 19-04-2026 PREDICAZIONE: PASTORE ANTONIO RUSSO
Con questo servizio di culto si è conclusa la nostra conferenza e, in quest’ultima sessione, parleremo di un tema fondamentale per comprendere come rispondere, da discepoli ubbidienti, al comando che Gesù ha dato a ciascuno di noi. Per questo, il messaggio che ascolteremo, “Dalla Formazione alla Missione”, ci guiderà a comprendere che il Signore non ci chiama solo a ricevere, ma a crescere, essere modellati e poi mandati. Questo principio lo vediamo anche in Osea 6:2, dove il profeta dichiara che “dopo due giorni”, cioè dopo un breve tempo di disciplina, di prova e di preparazione, Dio ci ridarà la vita, ci ristabilirà e ci rimetterà in piedi. “Il terzo giorno”, invece, rappresenta il tempo stabilito da Dio, il tempo della Sua visitazione, in cui possiamo incontrare la Sua meravigliosa presenza e ricevere trasformazione nella nostra vita. Durante tutta la settimana abbiamo pregato, digiunato e chiesto a Dio: “Signore, non vogliamo solo una conferenza, ma una visitazione”. E quello che stiamo ancora sperimentando oggi è proprio la visitazione del nostro meraviglioso Re. Il terzo giorno ci farà risorgere, ci solleverà dalla caduta e ci porterà in una nuova dimensione di vita, e noi vivremo alla Sua presenza, cioè in comunione intima con Lui, sotto il Suo sguardo, nella Sua gloria, vicino a Lui. Noi vogliamo che realizziamo questo: in questi tre giorni non è stata semplicemente una conferenza. Cosa ha fatto Dio in mezzo a noi? Dio non ci ha solo parlato, ma ha segnato le nostre vite. Non abbiamo semplicemente partecipato a un evento, ma siamo stati davanti a una convocazione: Dio ci ha chiamati. È stato un invito del nostro meraviglioso Re ad avvicinarci alla Sua presenza. È stata anche un’attivazione: siamo stati risvegliati e messi in movimento. E ancora, è stata una separazione: lo Spirito Santo si è rivelato e ci ha mostrato la necessità di un cambiamento nelle nostre vite, e noi stiamo rispondendo a questo lavoro. In altre parole, c’è stato un vero processo spirituale in atto tra noi e Dio. Dio ha parlato, Dio ci ha allineati, e chi era fuori è stato riportato dentro: così Dio ci ha formati. Nel primo giorno Dio ha impartito la visione, nel secondo giorno ci ha dato la struttura: l’evangelismo, il discepolato, la leadership. Ma oggi Dio ci sta dando una direzione, perché il problema non è ricevere, ma cosa facciamo dopo aver ricevuto. Noi non vogliamo arrivare al punto di dire: “è stato bello”, e poi lasciare che tutto finisca lì. Oggi è un momento di svolta, è un momento di decisioni importanti nella nostra vita. Quindi non si tratta semplicemente di aver ricevuto, ma di come noi rispondiamo, perché ogni volta che Dio parla accade questo: alcuni rimangono uguali, mentre altri cambiano. Non sappiamo da quale parte vogliamo essere, ma questa è la realtà di ogni volta che Dio parla, ieri come oggi. L'apostolo Giacomo ci dà una grande esortazione in Giacomo 1:22, guardiamo cosa ci dice: “E siate facitori della parola e non uditori soltanto, ingannando voi stessi.” La parola di Dio ci dice di non essere soltanto ascoltatori, perché chi ascolta senza mettere in pratica si inganna da sé stesso, ma di diventare facitori della Parola. Una delle cose peggiori nella vita di una persona, e in particolare di un cristiano, è vivere nell’inganno, e la cosa più tremenda è che chi è ingannato spesso non se ne rende conto; per questo la Bibbia è chiara nel dirci di non essere solo ascoltatori, ma facitori della Parola. Ascoltare senza fare è un inganno spirituale, ricevere senza agire è sterilità ed emozionarsi senza cambiare è religione. Una conferenza può infuocarci, ma solo l’ubbidienza può trasformarci davvero, cambiando la nostra vita e non limitandosi a mantenerci semplicemente infuocati. Ubbidire non è una parola religiosa: ubbidire è una porta, è un ingresso. Molti cercano un tocco da parte di Dio, ma mentre noi siamo alla ricerca di un tocco, Dio cerca una risposta, e oggi vuole che noi possiamo rispondergli. Il problema non è ciò che abbiamo ricevuto in questi giorni, perché nessuno mette in dubbio che Dio abbia ministrato nelle nostre vite, ma ciò che conta è cosa ne faremo: resterà solo un ricordo come tanti altri oppure segnerà davvero la nostra vita? Cos'è l'ubbidienza? L'ubbidienza è la prova dell'amore. Sappiamo e non abbiamo dubbi di essere amati da Dio: Egli lo ha dimostrato in tutti i modi e in tutte le maniere, ma qui stiamo parlando di un altro amore, cioè del nostro amore verso di Lui. Cosa disse Gesù? “Se mi amate, osserverete la mia parola e farete ciò che vi dico, perché ciò che vi comando è per il bene della vostra vita.” Quindi l’ubbidienza non è emozione né semplice intenzione di agire, ma è agire concretamente. Molti pensano che vogliono fare, molti sono emozionati, ma l'ubbidienza è agire, l'ubbidienza è fare, non fare domani: fare oggi. L’ubbidienza attiva il soprannaturale nella nostra vita, e la storia di Pietro che cammina sulle acque ne è la prova. In realtà Pietro non cammina sulle acque semplicemente per la sua fede, ma perché ubbidisce alla parola che Gesù gli ha dato: “Vieni”. E oggi c’è un “vieni” che risuona in tutta questa conferenza, c’è una parola che Dio ci ha dato. Dio ci sta sfidando e ci sta dicendo di scendere dalla barca e camminare sull’acqua. In altri termini, di fare ciò che per noi è impossibile, perché quello che fece Pietro non era possibile non solo per lui, ma per nessun altro. Il miracolo non è in questo luogo, ma nel passo che faremo fuori da qui, in ciò che faremo dopo, e questo diventa soprannaturale perché l’ubbidienza ci permette di entrare nel soprannaturale di Dio. Quindi non si tratta di ragionamento, ma di ubbidienza, perché il ragionamento blocca e paralizza la nostra vita, mentre quando ubbidiamo a ciò che Dio ci ha detto, le cose impossibili diventano possibili. L'ubbidienza spesso, diremmo quasi sempre, non è comoda, non è piacevole. Sappiamo che un giorno Dio chiama un uomo: quest'uomo si chiama Abramo, viene chiamato il padre della fede. Abramo ha ubbidito senza sapere dove doveva andare; è scritto nel libro degli Ebrei, tra gli eroi della fede, ma quando Dio gli ha parlato, lui si è messo in cammino. Dio non ci chiede mai qualcosa che possiamo controllare o fare da soli, perché in quel caso non avremmo bisogno di fede, ma ci chiede sempre qualcosa che richiede fiducia, proprio come avvenne con Abramo. In Genesi 12:1, Dio gli disse: “Or l'Eterno disse ad Abramo: «Vattene dal tuo paese, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre, nel paese che io ti mostrerò.” E lui lasciò il suo parentato, la casa di suo padre e le sicurezze umane, tutto ciò che per lui rappresentava stabilità, e andò verso qualcosa che gli sembrava insicuro, ma in quella parola ricevuta c’era qualcosa che si chiama fiducia, e questa è ubbidienza. Ubbidienza significa fidarsi di Dio, credendo che ciò che Egli ha detto lo realizzerà, e genera movimento e non staticità. Se andiamo in un lago, lì non c’è movimento e spesso non c’è vita: quell’acqua non è buona da bere. Ma Gesù non ha parlato di lago, ha parlato di fiumi, perché dove c’è un fiume c’è movimento e dove c’è movimento c’è vita; e se l’ubbidienza crea movimento, allora l’ubbidienza crea vita. Molti però restano bloccati tra il “abbiamo ricevuto”, cioè il passato, e il “faremo”, cioè il futuro, ma Dio ci chiama a muoverci oggi. Tra il passato e il futuro restiamo bloccati, ma il regno di Dio si muove con chi dice: “noi andiamo ora, noi agiamo ora.” Gesù non disse a Pietro: “Domani camminerai sulle acque”, ma disse: “Vieni”, fu un comando immediato. Quindi non rimandiamo a domani, perché altrimenti perderemo tutto quello che Dio ci ha detto; non esitiamo, agiamo ora, perché ogni ritardo nell'ubbidienza è una perdita. Ora sappiamo qual è il cuore di Dio: è sempre “andate”, perché Dio non ci parla per lasciarci dove siamo. Quindi, se Dio ci parla per non lasciarci dove siamo, è perché vuole dare una svolta alla nostra vita. Dio non ci parla per conformarci, Dio ci parla per spostarci da una posizione a un'altra posizione. E infatti Gesù, guardiamo cosa disse in Giovanni 20:21: “Poi Gesù di nuovo disse loro: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, così io mando voi».” Non disse: “Vi manderò”, disse: “Io vi mando adesso”. Questa è una delle frasi più potenti che Gesù abbia mai detto. Non facciamola diventare o rimanere semplicemente una frase, perché questo, oltre a essere una frase, è un ordine, è un comando. Come il Padre ha mandato Lui ed Egli ha ubbidito, così manda noi e noi dobbiamo ubbidire: non è la persona accanto a noi che deve farlo, ma siamo noi a doverlo fare. Noi dobbiamo ubbidire, perché qui non è scritto “vi benedirò se restate”, ma è scritto “vi mando”, “vi sto mandando”. Quindi Gesù non sta suggerendo di fare qualcosa: Egli è il Signore e questo è un comando che Dio rivolge alla nostra vita. Dio è l’Iddio che dà una missione da compiere, perché se leggiamo i profeti nell’Antico e nel Nuovo Testamento vediamo che tutti hanno ricevuto una missione: come ha mandato Suo Figlio, Abramo, Mosè e i profeti, così oggi sta mandando anche noi. Sapete, il cristianesimo non è una religione da vivere seduti, ma una missione da vivere in movimento: dobbiamo agire e muoverci, perché sentiamo nel nostro spirito che la nostra chiesa non starà più ad aspettare. Questa chiesa sarà una chiesa che invade nuovi territori, che andrà a prendere anime, che raggiungerà i perduti e farà loro conoscere il piano glorioso del nostro Re e del nostro Dio. La crescita della Chiesa avviene quando esce dalle quattro mura e non quando vi rimane, perché la Chiesa che Dio usa è una Chiesa che si muove. In Atti 8:4 leggiamo: “Coloro dunque che furono dispersi andavano attorno, annunziando la Parola.” Dove andavano? Andavano ad annunziare la Parola. Se leggiamo la storia degli Atti, vediamo che all’inizio la chiesa si era in qualche modo accomodata: aveva ricevuto il risveglio, una grande visitazione, la promessa del Padre. Infatti, Gesù aveva detto: “Rimanete a Gerusalemme finché non siate rivestiti di potenza”. Ma quel tempo di aspettare è finito, non oggi ma quasi duemila anni fa, perché quella promessa si è compiuta nel giorno della Pentecoste. Quindi non è più il tempo di aspettare, ma è il tempo di ubbidire, è il tempo di andare. In Atti 8 vediamo che la chiesa viene scossa, perché in qualche modo si era accomodata. Immaginiamo: c’erano i dodici apostoli, uno predicava, come Pietro, e gli altri ascoltavano i loro insegnamenti e la loro predicazione. Ma il mandato non era questo: “Voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi e mi sarete testimoni in Gerusalemme, in Giudea, in Samaria e fino all’estremità della terra”. Invece loro erano rimasti a Gerusalemme. Allora cosa fa Dio? Permette una persecuzione, perché quella non era la chiamata completa per la loro vita: dovevano ubbidire e dovevano andare. E quando sono andati, infatti, “coloro che furono dispersi andavano attorno, annunziando la Parola”. Noi preghiamo di non aver bisogno di una persecuzione per andare, ma andiamo per ubbidienza a Dio, perché Dio ce lo sta dicendo. E qui non parla di dodici, qui non parla dei cosiddetti predicatori famosi, qui parla di persone comuni come noi: uomini, donne, giovani, famiglie, persone normali che hanno cambiato il mondo conosciuto di quel tempo. Non sono rimasti fermi, non hanno aspettato, sono andati. Questo vuol dire che la Chiesa cresce quando ogni credente capisce che lui ha una missione. Sapete, dopo che siamo stati salvati siamo già pronti per il cielo, dove si entra non per i nostri sacrifici ma per la grazia di Dio. Siamo salvati per grazia, non dice “sarete salvati per grazia”, ma “siamo salvati”, e allora la domanda è: perché Dio ci ha lasciati ancora sulla terra se siamo già pronti per il cielo? Perché dobbiamo andare, perché ci sono tante altre persone che non sono pronte per il cielo e noi abbiamo una responsabilità e un debito: abbiamo una missione. Quindi preghiamo di non disubbidire alla missione, ma di rimanere ubbidienti ad essa. Dio non usa chi è fermo, e a volte diciamo: “Dio non ci usa”, ma la domanda è perché non ci usa, perché non ci muoviamo, infatti Dio non può usare chi è fermo, chi non fa niente e chi non agisce. Forse un tempo ci siamo mossi, ma oggi come siamo, perché Dio usa chi si muove anche se non è perfetto e anche se non sa tutto, e c’è un segreto che vogliamo rendere chiaro: per andare non abbiamo bisogno della scuola biblica. Quindi, anche se non siamo perfetti, anche se non sappiamo tutto e anche se abbiamo paura, dobbiamo andare. Se noi ci muoviamo, sappiamo cosa succederà: Dio si muoverà con noi e attraverso di noi. Sapete, il discepolato senza la missione è incompleto. Molti si definiscono discepoli, ma non comprendono di avere una missione, e il discepolato senza missione non può andare di pari passo. Abbiamo parlato di conquistare territori, di discepolato e di leadership, ma se non facciamo discepoli, cosa stiamo facendo? Stiamo tradendo ciò che Dio ci ha affidato, stiamo bloccando il movimento, il flusso dello Spirito Santo che vuole operare attraverso la nostra vita. In altre parole, stiamo vivendo al di sotto del livello del Regno di Dio, perché se tutto questo resta dentro le quattro mura diventa incompleto, sterile e si riduce a religione. Cosa disse Gesù in Matteo 28:19? “Andate”. Il termine greco è “andando”, fate discepoli di tutti i popoli. Questo Gesù lo disse da risorto alle persone lì presenti, circa cinquecento, alle quali ministrò e lasciò il mandato: “Andate”. Non ha detto “aspettate che vengano”, ma “andate”, perché questo messaggio, questa parola e questo ordine non sono soltanto per alcuni, ma per tutti. Un cristiano che non fa discepoli non ha ancora compreso la propria missione, perciò abbiamo bisogno di realizzare quella che è la missione di Dio per la nostra vita. Sapete, la legge della moltiplicazione è nella Parola di Dio.
2 Timoteo 2:2; “e le cose che hai udite da me in presenza di molti testimoni, affidale a uomini fedeli, che siano capaci di insegnarle anche ad altri.”
In questo verso vediamo quattro generazioni coinvolte. Il nome di questa strategia del Regno di Dio è questo: non si tratta di aggiungere, ma di moltiplicare. Uno diventa due, due diventano quattro, quattro diventano otto, otto sedici, sedici trentadue, e così via: in pochissimo tempo la nostra città viene invasa, vedremo quartieri toccati, famiglie salvate e case piene della presenza di Dio. Non cade solo un grande vento, ma si accendono centinaia di piccoli fuochi sparsi per tutta la città e nella provincia. Milioni di persone hanno bisogno di ascoltare il messaggio dell’Evangelo, e questo ci fa comprendere che la nostra città non sarà raggiunta dal pulpito, ma da una chiesa attiva, da una chiesa viva. Dov’è la raccolta? È lì fuori. Molti pensano che la raccolta sia in chiesa, ma spesso la raccolta non è dentro, è fuori. Dio ci dice che la raccolta è nelle case, nelle strade e nei quartieri: apriamo le nostre case. Cosa disse Gesù? Luca 10:5: “In qualunque casa entriate…”. Dove dobbiamo entrare? Nelle case. Gesù andava nei villaggi, nelle città, nei quartieri, annunciando il Regno di Dio, e mandava i discepoli proprio nelle case. Perché nelle case le persone sono vere, sono sé stesse e non hanno difese: è lì che i cuori si aprono, è lì che Dio entra, e noi abbiamo la risposta, non dobbiamo aspettare un altro momento. Sapete, noi non diamo solo la risposta, noi siamo la risposta: qualcuno potrebbe dire “come, noi siamo la risposta? Non è Gesù la risposta?”, sì, è Lui che vive e, se vive dentro di noi, allora noi siamo la risposta per le persone disperate. Il problema di molti credenti sapete qual è? “Lo faremo domani, lo faremo quando saremo pronti, lo faremo quando ci sentiremo pronti, lo faremo quando ne sapremo di più.” No, non è così: non lasciamoci ingannare dalle bugie del diavolo, perché non saremo mai abbastanza pronti, ma siamo già abbastanza chiamati per andare. Forse stiamo aspettando che Dio faccia qualcosa, e a volte viviamo questo dramma nella nostra vita, ma in realtà Dio sta aspettando che noi facciamo qualcosa. L’esperienza del profeta Isaia, in Isaia 6:8, dice: “Poi udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». Io risposi: «Eccomi, manda me!».” Ma prima di questa chiamata, nello stesso capitolo 6, Isaia vede prima la propria condizione: si riconosce come un uomo dalle labbra impure, quindi contaminato, e allo stesso tempo comprende anche la condizione del popolo in mezzo al quale vive, un popolo dalle labbra impure. Eppure, anche in quella condizione, Dio lo chiama. Quindi non abbiamo bisogno di essere perfetti per andare, eppure Dio ci sta chiamando. Quando Isaia ebbe il grande privilegio di ascoltare la voce di Dio che diceva: “Chi manderò e chi andrà per noi?”, egli rispose. Noi non sappiamo quale sarà la nostra risposta, ma sappiamo una cosa: ciò che risponderemo segnerà la nostra vita, nel bene o nel male. Dio non sta cercando capacità né abilità, Dio sta cercando un cuore disponibile, un cuore che si arrende a Lui. Non importa l’età che abbiamo, se siamo giovani, adolescenti, preadolescenti o anziani, né ciò che abbiamo o ciò che siamo: oggi Dio ci sta parlando e ci sta rivolgendo una parola, dicendo: figli, oggi è arrivato il momento. Davanti a Dio non abbiamo alcuna scusa: oggi è il momento in cui tutto può cambiare ed essere trasformato. Possiamo avere visione, possiamo avere struttura, possiamo avere insegnamento, ma se non agiamo, se non ubbidiamo, tutto rimarrà senza potenza, tutto rimarrà sterile.
