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Dio opera con chi si muove

Dio opera con chi si muove

 

DIO OPERA CON CHI SI MUOVE

Casavatore 11-10-2026                                                                              PREDICAZIONE: PASTORE ANTONIO RUSSO

Oggi vogliamo approfondire l’argomento che stiamo trattando, ma soprattutto passare all’azione e attivarci. Pensiamo a una SIM non attiva: non possiamo utilizzarla per chiamare né per inviare messaggi. Allo stesso modo, Dio non vuole che rimaniamo fermi, ma desidera che ci mettiamo in movimento, perché, se agiamo con fede, vedremo Dio operare attraverso la nostra vita. A volte ci chiediamo perché Dio non operi, ma rimaniamo passivi, senza mettere in pratica ciò che riceviamo da Lui. Non basta ascoltare la Sua Parola: dobbiamo agire e rispondere a ciò che ci chiede. Prima della conferenza abbiamo ricevuto una parola: preparare il nostro cuore per la pioggia. Abbiamo preparato il terreno e Dio ha mandato la pioggia, ministrando alle nostre vite. Domenica scorsa abbiamo parlato del fuoco e della responsabilità di non lasciarlo spegnere. Nel tempio fu Dio ad accendere il fuoco dal cielo, ma affidò ai sacerdoti il compito di custodirlo e mantenerlo acceso ogni giorno. Allo stesso modo, Dio ha acceso un fuoco in noi, ma ora spetta a noi mantenerlo vivo e manifestarlo concretamente nella vita quotidiana. Non basta ricordare ciò che abbiamo vissuto, anche se è bello testimoniare la fedeltà di Dio: dobbiamo rispondere a ciò che ci ha detto di fare. Il tema di oggi è “Dio opera con chi si muove”, con il sottotitolo “Dal fuoco ricevuto a una vita di ubbidienza”. Vivere con Gesù non significa dedicargli soltanto la domenica o qualche momento durante la settimana, ma fare del cristianesimo uno stile di vita che coinvolga ogni aspetto della nostra esistenza. Per questo dobbiamo acquisire la cultura del Regno. La cultura è l’insieme di valori, idee e abitudini che caratterizzano una persona o una comunità. Si manifesta nel modo in cui pensiamo, viviamo, stabiliamo le nostre priorità, prendiamo decisioni e trattiamo le persone. Quando accogliamo la cultura del Regno, permettiamo a Gesù di formare il nostro modo di pensare e di vivere, coinvolgendolo pienamente nella nostra quotidianità. Per farlo, dobbiamo rinunciare alla mentalità del mondo e rinnovare la nostra mente, come leggiamo in Romani 12:2: “E non vi conformate a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente…”. Il rinnovamento richiama il concetto di metamorfosi, una trasformazione che ci conduce da una condizione a un’altra. Pensiamo al bruco che si trasforma in farfalla: non rimane nella stessa condizione, ma attraversa una metamorfosi che gli permette di diventare qualcosa di diverso. Allo stesso modo, Dio vuole trasformare la nostra vita e il nostro modo di pensare. Quando permettiamo alla Sua Parola di rinnovare la nostra mente, qualcosa cambia dentro di noi e impariamo a vivere secondo la cultura del Suo Regno. Questo richiede anche la nostra disponibilità: non possiamo limitarci a chiedere a Dio di rinnovarci senza assumerci la responsabilità di fare la nostra parte. Dobbiamo prendere una decisione quotidiana e permettere alla Sua Parola di cambiare la nostra mentalità. Quando avviene questa trasformazione, cambia anche la nostra prospettiva di vita. Dio ha preparato cose meravigliose per noi, ma, finché non rinnoviamo la nostra mente, rischiamo di rimanere limitati a una prospettiva terrena, di continuare a combattere con noi stessi e a litigare con gli altri, senza vedere ciò che Dio vuole mostrarci. Attraverso questa trasformazione, invece, impariamo a guardare le cose da una prospettiva diversa, proprio come la farfalla che vola in alto e si nutre del nettare dei fiori, il cibo dei re. Dio vuole cambiare il nostro modo di vedere, affinché non consideriamo soltanto ciò che abbiamo davanti agli occhi, ma impariamo a riconoscere le cose secondo la Sua volontà. In Romani 12:2, Paolo conclude dicendo: “Affinché conosciate per esperienza quale sia la buona, accettevole e perfetta volontà di Dio.” Questo è il risultato del rinnovamento della mente: non conoscere la volontà di Dio soltanto a livello teorico, ma sperimentarla concretamente nella nostra vita. La volontà di Dio è buona, accettevole e perfetta, e non dobbiamo considerarla irraggiungibile, perché non c’è niente di meglio per la nostra vita. In Romani 12:2, il termine greco “aion” richiama l’epoca presente e la mentalità che la caratterizza. Paolo ci invita a non assumere la forma di questo mondo, ma a lasciarci trasformare da Dio. Questo non significa isolarci dalle persone, che Dio ama, ma rifiutare i valori contrari alla Sua volontà. In 1 Giovanni troviamo l’espressione “Non amate il mondo”, dove “Kòsmos”, in quel contesto, si riferisce al sistema di valori contrario a Dio. Questa è una responsabilità personale: nessuno può scegliere al posto nostro. Ogni giorno dobbiamo decidere di non conformarci alla mentalità del mondo, permettendo invece a Dio di trasformarci dall’interno e insegnandoci a sottomettere ogni cosa a Lui attraverso il rinnovamento della mente mediante la Sua Parola. Quando cambia il nostro pensiero, cambiano anche le nostre scelte e le nostre abitudini. Non conformarci significa resistere alla pressione dei valori contrari a Dio; essere trasformati significa accogliere l’opera dello Spirito Santo dentro di noi. Non basta, quindi, rinunciare alla cultura del mondo: dobbiamo imparare a vivere secondo la cultura del Regno di Dio. Quando ci troviamo davanti a una scelta o siamo tentati di reagire a ciò che qualcuno ci fa, fermiamoci e chiediamoci: che cosa avrebbe fatto Gesù? Come si sarebbe comportato? Poi agiamo come avrebbe agito Lui, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo. Tante volte siamo tentati di vivere come vive il mondo, ma ricordiamoci che Gesù ci ha insegnato che siamo nel mondo, ma non apparteniamo a questo mondo: noi siamo di Cristo. Se prima rispondevamo alle offese con rancore e odio, rinnovando la nostra mente impariamo a perdonare. Se pensavamo soltanto ai nostri interessi, impariamo a servire, morendo a noi stessi e permettendo a Cristo di vivere attraverso di noi. Se la paura ci frenava, impariamo a fidarci di Dio e a ubbidire alla Sua Parola. La cultura del Regno entra in noi quando ciò che ascoltiamo diventa pratica concreta. Il perdono, per esempio, non deve rimanere un pensiero, ma deve essere applicato. Quando perdoniamo chi ci ha fatto del male, facciamo del bene anche a noi stessi, perché la mancanza di perdono, il rancore e il risentimento ci consumano e ci distruggono. Ecco perché Gesù ci ha insegnato a perdonare i nostri nemici e a pregare per quelli che ci perseguitano. Quando tutta la Chiesa vive secondo questa cultura, essa diventa visibile attraverso l’amore. Gesù ha detto che le persone avrebbero riconosciuto i Suoi discepoli dall’amore reciproco, non dai miracoli o dal denaro. Crediamo nei miracoli e nell’intervento di Dio, ma il segno distintivo dei discepoli è l’amore, che si manifesta nel servizio, nell’unità e nella cura reciproca, spingendoci a servirci gli uni gli altri senza cercare soltanto di essere serviti. Vivere questa cultura significa anche perseverare nel fare ciò che Dio ci insegna. Dio ci chiama a continuare a fare ciò che è giusto, perché la perseveranza forma le nostre abitudini, ci aiuta ad abbandonare quelle sbagliate e a svilupparne di sante. Pregare, cercare Dio, partecipare ai culti, andare al Grace Lab, leggere e meditare la Parola sono abitudini meravigliose che dobbiamo coltivare. L’apostolo Paolo insegna che chi rubava non deve più rubare, ma deve piuttosto affaticarsi lavorando: dobbiamo togliere la vecchia abitudine e sostituirla con una nuova. Un’abitudine si costruisce ripetendo ogni giorno una scelta, anche quando non ne abbiamo voglia, proprio come insegniamo ai nostri figli a lavarsi i denti con costanza. In Daniele 10:2 leggiamo: “In quel tempo, io Daniele feci cordoglio per tre settimane intere.” Al versetto 3 è scritto: “Non mangiai cibo prelibato, non entrarono nella mia bocca né carne né vino e non mi unsi affatto, finché non furono passate tre intere settimane.” Daniele cercava Dio e aspettava una risposta che sembrava non arrivare, ma perseverò. Al versetto 12, l’angelo gli disse: “Non temere, Daniele, perché dal primo giorno che ti mettesti in cuore di intendere e di umiliarti davanti al tuo DIO, le tue parole sono state ascoltate e io sono venuto in risposta alle tue parole.” La risposta era stata ascoltata fin dal primo giorno, ma il racconto parla anche di un’opposizione spirituale che ritardò l’arrivo dell’angelo. Daniele continuò a cercare Dio e, dopo ventuno giorni, ricevette il messaggio. Anche noi dobbiamo perseverare nella preghiera, continuando a cercare Dio con fede. Quando non vediamo subito i risultati, non dobbiamo arrenderci, ma rimanere costanti nella ricerca del Signore e nell’opera che ci ha affidato. Possiamo iniziare con ventuno giorni di impegno quotidiano nella preghiera e nella Parola, mettendo in pratica ciò che leggiamo. Questi giorni non sono una scadenza entro la quale Dio deve rispondere, ma un’occasione per imparare a perseverare, perché una scelta santa, ripetuta con costanza, diventa un’abitudine santa. Così abbandoniamo le vecchie abitudini e acquisiamo la cultura del Regno. Quello che abbiamo ricevuto da Dio deve trovare spazio nella nostra vita quotidiana. CoinvolgiamoLo in ogni area della nostra esistenza, non soltanto quando abbiamo bisogno di lamentarci, ma perché desideriamo crescere nella relazione con Lui, chiederGli guida e consiglio e lasciarci guidare dalla Sua presenza e dalla Sua Parola. In Marco 16:20 leggiamo: “Essi poi se ne andarono a predicare dappertutto, mentre il Signore operava con loro e confermava la parola con i segni che l’accompagnavano. Amen.” I discepoli andarono a predicare e, mentre ubbidivano e agivano sulla Sua Parola, il Signore operava con loro e confermava la Parola con i segni. Prima di vedere Dio operare attraverso di noi, siamo chiamati a fare la nostra parte. Ecco perché il messaggio di oggi si intitola “Dio opera con chi si muove”. Muoversi significa rispondere alla Parola e compiere il passo che Dio ci chiede. Perciò non aspettiamo di sentirci pronti: agiamo con fede e ubbidienza. Vediamo questo principio nella vita di Mosè, che aveva ottant’anni quando Dio lo chiamò a liberare il Suo popolo. Questo ci insegna che non siamo mai troppo giovani o troppo vecchi per servire Dio. Dopo aver chiamato Mosè e aver agito attraverso di lui per mezzo delle dieci piaghe, Dio fece sì che il faraone lasciasse partire gli Israeliti. Tuttavia, il faraone cambiò nuovamente idea e li inseguì, mettendo il popolo in una situazione disperata: davanti aveva il Mar Rosso e alle spalle l’esercito egiziano. Allora Mosè pregò, ma in Esodo 14 l’Eterno gli disse: “Perché gridi a me? Dì ai figli d’Israele di andare avanti.” Un’altra traduzione rende il senso dell’ordine con queste parole: “Di’ ai figli d’Israele che si mettano in cammino.” Era arrivato il momento di agire. Anche noi, a volte, continuiamo a pregare quando Dio ci ha già indicato il passo da compiere. La preghiera deve accompagnarci sempre, ma quando Dio ci dice di agire, dobbiamo ubbidire. Non possiamo aspettare di avere meno paura, di sentirci più capaci o di comprendere tutto il piano. La fede comincia a camminare sulla base della Parola ricevuta, anche quando non vediamo ancora l’intero percorso. Dio aprì il mare e il popolo poté attraversarlo. Questo non significa imporre a Dio un risultato, ma ubbidire confidando in Lui. Anche noi siamo chiamati a fare passi concreti sulla base di ciò che il Signore ci indica. Forse Dio ci sta chiedendo di riconciliarci con qualcuno, ma aspettiamo che sia l’altra persona a fare il primo passo; oppure ci sta chiedendo di risolvere una situazione o di riprendere il nostro servizio. Non rimaniamo fermi: facciamo noi il primo passo, confidando nella Sua fedeltà e perseverando nella Sua volontà. Non ignoriamo le opportunità che ci vengono presentate: Dio potrebbe voler raggiungere quella persona attraverso di noi. Ci sono persone che avevano bisogno di aiuto e non sono state raggiunte perché qualcuno ha rimandato, pensando di poter agire il giorno dopo. Quando Dio ci parla, non rimandiamo: possiamo avere paura e scegliere comunque di ubbidire. Forse è passato del tempo, ci siamo scoraggiati e abbiamo perso l’entusiasmo nel servizio. Ma Dio ci sta chiamando a riprendere il nostro servizio, offrire nuovamente la nostra disponibilità e parlare di Gesù alle persone che incontriamo. La nostra sicurezza non è nelle nostre capacità, ma nella fedeltà dell’Iddio onnipotente che ci ha chiamati ad agire. Quando Mosè ubbidì, vide Dio intervenire in modo potente. Non possiamo attribuire a Dio ogni responsabilità e chiederci perché non sia intervenuto se Lui ci ha già indicato il passo da compiere. Siamo chiamati a credere, ubbidire e attivarci nella Sua volontà. Spesso, dopo aver ascoltato Dio al culto, torniamo a casa ripieni di propositi, desiderosi di mettere in pratica ciò che abbiamo ricevuto. Ma poi una seconda voce ci fa dubitare: “Ma come facciamo?” La prima voce viene da Dio, mentre la seconda viene dall’inferno, che cerca di farci dubitare, bloccarci e impedirci di ubbidire alla Parola che abbiamo ricevuto. Se cediamo a questa voce e rimaniamo fermi, possono passare uno, cinque o dieci anni e ritrovarci ancora nella stessa condizione. Rispondiamo a Dio e facciamo il passo che ci sta chiedendo di compiere. Pensiamo a chi sente di dover iniziare un’attività lavorativa: all’inizio è entusiasta e crede nella fedeltà di Dio, ma poi comincia a dubitare e si chiede: “E come faccio?”. Così rischia di lasciarsi guidare dalla paura anziché agire con fede e responsabilità. Anche noi dobbiamo imparare a fidarci di Dio e a muoverci sulla base di ciò che ci ha detto, cercando la Sua guida anche nei passi concreti da compiere. In Giovanni 9:6-7 leggiamo: “Dopo aver detto queste cose, sputò in terra, con la saliva fece del fango e ne impiastrò gli occhi del cieco. Poi gli disse: «Va’, lavati nella piscina di Siloe» (che significa: ‘Mandato’); egli dunque vi andò, si lavò e ritornò che ci vedeva.” Il cieco avrebbe potuto fermarsi davanti alla richiesta di Gesù, ma scelse di ubbidire e si mise in cammino senza vedere ancora il risultato. Anche noi vorremmo avere tutte le conferme prima di fare il primo passo, rischiando così di rimanere fermi. Quando Dio ci parla, la Sua Parola è il riferimento su cui possiamo fondare la nostra ubbidienza. Non aspettiamo indefinitamente: quello che ascoltiamo deve diventare azione. Se dobbiamo perdonare, perdoniamo; se dobbiamo riprendere un servizio, serviamo; se dobbiamo testimoniare, testimoniamo. La potenza viene da Dio, ma la nostra parte è l’ubbidienza. Dal fuoco ricevuto siamo chiamati a passare a una vita di ubbidienza, lasciandoci guidare dal Signore verso le persone che vuole raggiungere attraverso di noi. In Atti 9 troviamo la storia di Anania, un discepolo, non un apostolo né un ministro. Il Signore gli chiese di andare da Saul di Tarso, che perseguitava la Chiesa e in quel momento era cieco. Anania espresse le sue preoccupazioni, ricordando il passato di Saul e il male che aveva fatto ai cristiani, compreso il suo consenso alla morte di Stefano. Ma Anania conosceva il passato di Saul, mentre Dio conosceva il suo futuro. Nonostante le sue paure, Anania ubbidì, entrò nella casa e impose le mani su Saul, chiamandolo: “Fratello Saulo!” Anania si avvicinò con amore a un uomo che gli incuteva timore. Dio aveva già iniziato a operare nella vita di Saul e scelse Anania per compiere il passo che gli aveva affidato. Questa storia ci insegna che Dio può servirsi di ciascuno di noi quando siamo disposti a ubbidire alla Sua Parola. Allo stesso modo, il Signore vuole servirsi di noi per raggiungere persone nelle quali sta già operando. Non pensiamo che qualcuno sia irrecuperabile, neppure i nostri familiari che sembrano lontani da Dio. Nessuno è al di fuori della portata della Sua grazia. Lasciamo che il Signore corregga il nostro sguardo e ci insegni ad avvicinarci agli altri con amore, discernimento e ubbidienza. Dopo la conferenza sull’evangelismo, siamo chiamati a mettere in pratica ciò che abbiamo ricevuto. C’è un familiare da ascoltare, un collega che ci ha perseguitati ma che potrebbe aver bisogno di incoraggiamento, oppure un vicino a cui offrire aiuto. Non priviamo nessuno della possibilità di ricevere la grazia di Dio a causa di ciò che ci ha fatto in passato. Anche chi ci ha derisi quando abbiamo parlato di Gesù può attraversare un momento difficile e avere bisogno di una parola di incoraggiamento. Avviciniamoci con amore e raccontiamo ciò che Gesù ha fatto nella nostra vita. Non siamo noi a salvare le persone: è Gesù che salva, ma Lui vuole servirsi di noi per raggiungerle. In Marco 16:20 leggiamo che il Signore operava con i discepoli mentre andavano a predicare. Essi agirono e Dio operò con loro. Anche noi possiamo vedere Dio operare quando ubbidiamo alla Sua Parola e facciamo la nostra parte. Gesù ci ha assicurato: “Io sono con voi tutti i giorni” (Matteo 28:20). E in Ebrei 13:5 troviamo questa promessa: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò”. Non siamo soli. Noi annunciamo Gesù, preghiamo, serviamo e amiamo, ma è la potenza di Dio a trasformare le persone. Questa consapevolezza ci libera dalla paura di dover fare tutto da soli e ci permette di continuare a seminare con amore e fedeltà, anche quando i risultati non sono immediati. Perseveriamo, creando abitudini sante nella nostra vita: continuiamo a pregare, ad amare, a testimoniare e a renderci disponibili. A volte il prossimo passo è semplice, come fare una telefonata, invitare qualcuno o visitare una persona. Non rimandiamo pensando di essere troppo impegnati: passiamo dalle intenzioni ai fatti e agiamo concretamente. Ricordiamo anche le parole di Gesù a Saulo di Tarso: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” Gesù si identificava pienamente con la Sua Chiesa: perseguitare la Chiesa significava perseguitare Lui. Questo ci mostra quanto siamo uniti al Signore e quanto Egli sia presente nella vita del Suo popolo. Abbiamo preparato il terreno, ricevuto la pioggia e dichiarato che non lasceremo spegnere il fuoco acceso da Dio. Ora dobbiamo portare questo fuoco fuori dalla Chiesa, raggiungendo chi vive nella disperazione e ha bisogno di Gesù. La cultura del Regno si manifesta concretamente quando perdoniamo, serviamo, amiamo e rispondiamo alla Parola di Dio e ai bisogni che incontriamo. Nella settimana che ci attende, dedichiamo ogni giorno del tempo alla preghiera e alla Parola, coltivando la perseveranza. Gesù ha detto: “Le parole che io vi dico sono spirito e vita.” Una parola di Dio può cambiare il corso della nostra esistenza, terrena ed eterna. Offriamo con gioia la nostra disponibilità nel servizio, ascoltiamo le persone e raccontiamo loro come Gesù ha trasformato la nostra vita. Lasciamo questo culto sapendo qual è il prossimo passo di ubbidienza da compiere, confidando che ciò che Dio ha seminato porterà frutto nelle nostre case, nella Chiesa, nella città e nel quartiere.

 

 

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