Pastore Samuel Nielsen 27-09-2026
TIENI ACCESA LA TUA LAMPADA
Casavatore 27-09-2026 PREDICAZIONE: PASTORE SAMUEL NIELSEN
Siamo arrivati alla conclusione di questo fine settimana di conferenza, un tempo nel quale Dio ci ha parlato e ci ha ricordato quanto sia importante essere una Chiesa pronta a vivere ciò che Lui sta facendo. Ora dobbiamo chiederci che cosa faremo con ciò che abbiamo ricevuto, perché quando Dio ci parla la nostra risposta non può essere soltanto ascoltare: c’è un terreno da preparare, qualcosa che Dio vuole far crescere e una stagione che dobbiamo essere pronti ad affrontare. È proprio con questo desiderio che vogliamo vivere questo ultimo momento della conferenza: con il cuore aperto e disposto a ricevere ancora da Dio. In questo stesso spirito, il nostro pastore ha dato la parola al Pastore Samuel Nielsen, che ha condiviso con noi il messaggio che Dio ha messo nel suo cuore. La predicazione è iniziata con l’ultimo insegnamento di Gesù prima della sua morte, ricordando quanto siano importanti le ultime parole. Nella Bibbia troviamo le ultime parole di Giacobbe, Giuseppe in Genesi 50, Mosè in Deuteronomio 33, Giosuè al capitolo 23 e Davide, che pronunciò parole di benedizione, profezia ed esortazione alla fedeltà a Dio. Anche le ultime parole di Gesù, riportate in Matteo 24 e 25, sono parole che dobbiamo ricordare. Gesù era nel Tempio di Gerusalemme e iniziò a profetizzare sulla sua caduta e sulla fine dei tempi. Poi, insieme ai suoi discepoli, si allontanò verso il Monte degli Olivi, dove diede i suoi ultimi insegnamenti. Tutto nasceva dalla domanda dei discepoli sulla fine dei tempi e sul ritorno di Gesù. In Matteo 24:3-4 è scritto: “Poi, mentre egli era seduto sul monte degli Ulivi, i discepoli gli si accostarono in disparte, dicendo: «Dicci, quando avverranno queste cose? E quale sarà il segno della tua venuta e della fine dell'età presente?». E Gesù, rispondendo, disse loro: «Guardate che nessuno vi seduca!»” Gesù non rispose indicando una data, ma parlando dell’attitudine che dovevano avere nel cuore. Quindi Matteo 24 e 25 insegnano come deve essere il cuore della Chiesa negli ultimi tempi. Per comprendere questo insegnamento dobbiamo ricordare che Gesù era un rabbino giudeo del primo secolo e che insegnava secondo il contesto ebraico. Se non comprendiamo il contesto nel quale la Bibbia è stata scritta, rischiamo di non comprenderne tutta la ricchezza. La Bibbia è bellissima e, quando la leggiamo con lo Spirito Santo, molte cose acquistano senso. Gesù utilizzava una forma di insegnamento chiamata “chiasmo”, una struttura simile a una X nella quale l’inizio e la fine si corrispondono e al centro si trova ciò che il rabbino non voleva fosse dimenticato. Matteo 24 apre l’insegnamento sulla fine dei tempi, tema che Gesù riprende in Matteo 25:31, mentre al centro presenta tre parabole. Nel mezzo troviamo la parabola dei servi fedeli e infedeli, in Matteo 24:45-51; la parabola delle dieci vergini, in Matteo 25:1-13; e la parabola dei talenti, in Matteo 25:14-30. La prima parabola termina parlando dello “stridore di denti” e anche la terza parabola termina parlando esattamente dello stesso tema, dello “stridore di denti”. La parabola delle dieci vergini si trova quindi al centro dell’insegnamento di Gesù, perché Egli stava insegnando ai Suoi discepoli come doveva essere il cuore della Chiesa mentre attendeva il suo ritorno. Se leggiamo Matteo 24 e 25 senza comprendere che Gesù era giudeo e che stava insegnando ai Giudei, rischiamo di leggere queste parole con paura. Ma Gesù non voleva spaventare nessuno: voleva avvertire i Suoi discepoli. Come abbiamo visto, al centro di questo insegnamento si trova la parabola delle dieci vergini, attraverso la quale Gesù risponde alla domanda dei discepoli sul Suo ritorno, senza indicare una data, ma mostrando come deve essere il cuore della Chiesa negli ultimi tempi e come deve essere il nostro cuore fino a quando Lui ritornerà. Ed è importante comprendere che la parabola non parla della perdita della salvezza, ma contiene sei verità che Dio vuole insegnarci. Prima di passare ai sei punti, leggiamo la parabola delle dieci vergini, riportata in Matteo 25:1-13: “Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono fuori incontro allo sposo. Or cinque di loro erano avvedute e cinque stolte. Le stolte, nel prendere le loro lampade, non presero con sé l'olio; le avvedute, invece, insieme alle lampade, presero anche l'olio nei loro vasi. Ora, siccome lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. E sulla mezzanotte si levò un grido: "Ecco, arriva lo sposo, uscitegli incontro!". Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. E le stolte dissero alle avvedute: "Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade stanno per spegnersi". Ma le avvedute, rispondendo, dissero: "No, perché non basterebbe né a noi, né a voi; andate piuttosto dai venditori e compratene". Ora, mentre quelle andavano a comprarne, arrivò lo sposo; le vergini che erano pronte entrarono con lui per le nozze; e la porta fu chiusa. Più tardi giunsero anche le altre vergini, dicendo: "Signore, signore, aprici". Ma egli, rispondendo, disse: "In verità vi dico che non vi conosco". Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno, né l'ora in cui il Figlio dell'uomo verrà.”
Primo punto: tutti noi abbiamo una lampada.
Il versetto 1 dice che tutte le vergini avevano delle lampade. Dio ci ha chiamati per illuminare e non dobbiamo comparare ciò che Dio ha messo in noi con quello che ha dato agli altri, perché ognuno ha doni e talenti diversi. La Bibbia ci dice che “tutti avevano delle lampade”: Dio ha dato a ciascuno di noi una chiamata. Non dobbiamo pensare che la luce appartenga soltanto a chi predica o ai pastori. Tutti noi abbiamo ricevuto qualcosa da Dio e Lui si aspetta che sia acceso e possa illuminare. Come insegna Gesù, nessuno accende una lampada per poi nasconderla sotto il tavolo. La testimonianza che il Pastore ha vissuto nella Repubblica Islamica dell’Iran mostra concretamente questo principio. Durante il viaggio di ritorno dall’Iran verso la Turchia, dopo aver portato di contrabbando delle Bibbie che erano state consegnate segretamente alla Chiesa, il Pastore si trovò su un autobus insieme a molte persone musulmane. Nel corso dei due giorni di viaggio iniziarono a conoscersi e a parlare. Un professore universitario, l’unico a parlare inglese, traduceva le conversazioni. Tra i passeggeri c’erano anche due anziani leader religiosi, perciò parlare pubblicamente di Gesù era particolarmente rischioso. Il Pastore non aveva parlato di Gesù, non aveva mostrato alcuna Bibbia e non aveva fatto nulla per attirare l’attenzione. Eppure, dopo un po’, il professore iniziò a guardarlo in modo diverso e gli disse di vedere nei suoi occhi qualcosa di particolare: una luce, un fuoco che anche lui desiderava avere. A quel punto il Pastore iniziò a raccontare ciò che Gesù aveva fatto nella sua vita, parlando dei suoi peccati e del suo passato e spiegando che Gesù lo aveva perdonato e gli aveva dato pace e comunione con Dio Padre. Il professore iniziò a piangere e l’atmosfera sull’autobus cambiò completamente: tutti iniziarono ad ascoltare, e anche alcune donne si tolsero il burqa per poter sentire. La conversazione si trasformò così in una predicazione del Vangelo. Il professore sapeva che tradurre quel messaggio avrebbe comportato un grande rischio, ma decise comunque di farlo. Così il messaggio di Gesù fu condiviso con tutte le persone presenti sull’autobus. Quella esperienza gli fece comprendere ancora di più il significato della lampada: la luce che Dio mette dentro di noi non può essere nascosta. Anche in mezzo all’oscurità, possiamo semplicemente lasciare che la luce di Cristo che è in noi risplenda. E questo vale anche per noi: forse pensiamo di non avere nulla di speciale o di non aver ancora trovato il nostro posto, ma in realtà il problema non è che non abbiamo una luce: è che quella luce deve essere portata fuori. E questo ci porta a comprendere che la Chiesa ha un ruolo importante nella nostra crescita: è il luogo dove riceviamo, cresciamo, siamo edificati e impariamo a servire. Ma questo percorso non si conclude tra le mura della Chiesa: la nostra luce deve essere portata anche fuori, nel mondo e nei luoghi dove viviamo ogni giorno. A volte possiamo sentirci frustrati perché pensiamo che, per essere utili a Dio, dobbiamo necessariamente predicare dal pulpito, cantare o svolgere un servizio visibile. Ma forse Dio vuole semplicemente ricordarci: “Vai fuori. È anche là che devi brillare”. Le persone sull’autobus pieno di musulmani ascoltarono parlare di Cristo perché qualcuno si trovava semplicemente lì. A volte basta essere nel luogo in cui Dio ci ha messi e lasciare che la nostra luce risplenda. Predicare può essere anche qualcosa di semplice: sedersi davanti a un caffè con un amico, parlare e condividere ciò che Gesù ha fatto nella nostra vita, annunciando l’Evangelo. Ognuno di noi ha una lampada: non dobbiamo nasconderla, ma metterla dove può essere vista e illuminare gli altri.
Secondo punto: la lampada deve avere l’olio.
Non basta avere una lampada: deve esserci anche l’olio. Per comprendere perché nella parabola l’olio sia così importante, dobbiamo ricordare che Gesù sta utilizzando l’immagine del matrimonio ebraico del primo secolo, conosciuto bene dai Suoi discepoli. Noi non siamo ebrei e viviamo in un contesto culturale diverso; perciò, alcuni aspetti di questa parabola possono non esserci immediatamente familiari. Le nozze prevedevano quattro passaggi. Il primo passo delle nozze ebraiche si chiama “Shiddukhim”. Era il momento in cui le famiglie si accordavano per il matrimonio e preparavano le future nozze. Il secondo passo si chiama “Kiddushin”. In questa fase la coppia era già legalmente sposata, ma non viveva ancora insieme e doveva attendere la celebrazione delle nozze prima di iniziare la vita matrimoniale. Il terzo passo era la preparazione della dimora. Lo sposo tornava alla casa di suo padre per preparare una dimora per sé e per la futura moglie. Poteva trascorrere molto tempo prima che tornasse a prendere la sposa. Il quarto passo era la celebrazione delle nozze. Lo sposo tornava spesso di sera o durante la notte, mentre la sposa lo attendeva insieme alle sue amiche, che dovevano rimanere fuori con le lampade accese nelle loro mani, perché era notte. Il loro compito era illuminare la strada, affinché lo sposo e gli invitati potessero vedere il cammino e arrivare alla festa delle nozze. Delle dieci vergini, però, soltanto cinque avevano l’olio. Non si tratta della questione se la salvezza si perda oppure no, ma di due atteggiamenti diversi: una lampada può apparire bella e ordinata, ma essere priva di olio.
Terzo punto: tutte si addormentarono.
Questo ci ricorda che tutti possiamo attraversare stagioni diverse nella nostra vita. Non dobbiamo giudicare noi stessi né gli altri, perché tutti abbiamo i nostri tempi. Anche le cinque vergini prudenti, pur avendo l’olio, si addormentarono. Se ti sei addormentato o hai peccato, non sentirti condannato: c’è il perdono e Dio ti rialza, dandoti un’altra opportunità. Il senso di colpa può impedirci di rialzarci, ma la Parola ci ricorda che non c’è condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Parlando all’adultera, in Giovanni 8:10 è scritto: “Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono quelli che ti accusavano?»”
Se ti sei addormentato, rialzati e ritorna alla casa del Padre: Lui ti ama e non ti condanna. Come il figliol prodigo fu accolto dal padre così com’era, anche noi possiamo tornare a Dio così come siamo, perché Lui ci laverà. La Bibbia dice: “Sette volte il giusto cade e si rialza.”
Quarto punto: l’olio è per gli altri.
Ricordate quando Gesù riprese il fico perché non aveva frutto? Aveva le foglie, ma non aveva frutto, e Gesù lo maledisse. Il problema delle vergini stolte non era che si fossero addormentate, perché anche quelle prudenti si erano addormentate, ma che non erano pronte quando arrivò lo sposo. Erano amiche della sposa e avevano il compito di accompagnarla e illuminare il cammino. La parabola insegna che la Chiesa degli ultimi tempi deve essere una Chiesa che ha l’olio nelle lampade, che ha attraversato processi e ha abbracciato anche la sofferenza. L’olio non è soltanto per noi: serve per sanare, ungere e illuminare altre persone. Dio ci forma e ci fa attraversare dei processi per poter essere utili agli altri. E c’è qualcosa di molto interessante riguardo a Giovanni il Battista, che leggiamo in Giovanni 1:19-21: “E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei mandarono da Gerusalemme sacerdoti e Leviti per domandargli: «Chi sei tu?». Egli lo dichiarò e non lo negò; lo dichiarò dicendo: «Io non sono il Cristo». E gli domandarono: «Che dunque? Sei tu Elia?». Egli disse: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». Egli rispose: «No»”. Giovanni il Battista comprendeva bene il suo compito. Infatti, in Giovanni 3:29, si presentava come l’amico dello sposo e diceva: “Colui che ha la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, si rallegra grandemente alla voce dello sposo. Questa, dunque, è la mia gioia, ed è completa”. Giovanni non era lo sposo: lo sposo era Gesù; il suo compito era preparare la strada e indirizzare le persone verso di Lui.
Anche noi siamo chiamati a essere una Chiesa che prepara il cammino per Cristo, evangelizza e alza la propria lampada affinché le persone possano conoscere Gesù. C’è una benedizione per la nostra vita, ma dobbiamo smettere di guardare soltanto alla benedizione e imparare ad abbracciare il processo.
Quinto punto: Dio non cerca olive, Dio cerca olio.
Per produrre l’olio, l’oliva deve essere pressata e sottoposta a un processo: deve perdere la sua forma originale, la sicurezza e l’orgoglio. Dio non cerca olive: cerca olio, perché le olive non illuminano; è l’olio che illumina. Se non moriamo a noi stessi, non c’è olio; e se non c’è olio, non c’è luce e non possiamo essere strumenti per gli altri.
Sesto punto: l’olio è personale e siamo chiamati a portare frutto.
Il segreto della vita cristiana è togliersi dal centro e mettere qualcun altro al centro, iniziando a servire ed evangelizzare. Gesù, pur essendo il Figlio di Dio, iniziò il suo ministero con dodici persone e scelse di investire in loro, formando persone che potessero continuare ciò che Lui aveva iniziato. Matteo 25:8 dice: “E le stolte dissero alle avvedute: «Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade stanno per spegnersi».” L’olio è personale: ci sono cose che nessun altro può fare al posto nostro. Non possiamo chiedere l’olio a qualcun altro, non possiamo dire a qualcuno: “Digiuna quaranta giorni per me”; lo dobbiamo fare noi. Gesù, in Matteo 28:19 ci ha comandato: “Andate, dunque, e fate discepoli di tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.” È un comando fondamentale di Gesù, eppure è proprio quello che spesso facciamo meno; Gesù, invece, ci ha chiamati a fare discepoli. Anche il messaggio delle dieci vergini ci ricorda che siamo chiamati a essere pronti e ad avere l’olio nelle nostre lampade. Ma essere pronti significa anche conoscere il cuore di Gesù e comprendere ciò che Lui desidera per noi e per le persone che ci circondano; per questo Gesù ci ha chiamati amici. Infatti, in Giovanni 15:15 dice: “Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio.” Il cuore di Gesù è che nessuno si perda e che tutti giungano alla vita eterna. Il cammino dell’Eden è stato chiuso, ma Gesù lo ha riaperto dove trova una Chiesa con le lampade accese, che segnala a queste persone il cammino verso l’Eden. Siamo noi che dobbiamo farlo: dove sono i nostri frutti? Gesù non si aspetta che noi abbiamo cinquecento discepoli, ne basta anche uno di cui prenderci cura. Quindi, cominciamo ad abbracciare qualcuno, a illuminarlo e a condividere con lui le grandi cose che Gesù ha fatto nelle nostre vite.
