Non lasciare spegnere il fuoco
NON LASCIARE SPEGNERE IL FUOCO
Casavatore 04-10-2026 PREDICAZIONE: PASTORE ANTONIO RUSSO
Prima di condividere il messaggio di oggi, faremo un breve riferimento alla festa dei Tabernacoli, che si è da poco conclusa e che ha coinciso con la conferenza che abbiamo avuto, come vi avevamo già anticipato. Ci siamo trovati nel contesto di una delle feste dell’Eterno e sapete, come diciamo spesso, durante le feste i cieli sono aperti. La festa dei Tabernacoli era una delle tre feste più importanti d’Israele. Noi oggi non siamo chiamati a celebrarla secondo il rito descritto nella Legge, ma a coglierne il significato spirituale. Ma la tradizione ebraica ci ha tramandato un altro elemento significativo: ogni mattina uno dei sacerdoti scendeva fino alla piscina di Siloe, a Gerusalemme. Il nome “Siloe” significa “mandato” e ci fa pensare a Gesù, Colui che è stato mandato dal Padre. Il sacerdote attingeva l’acqua pura della sorgente e la portava in processione fino al tempio, per versarla presso l’altare. Quell’acqua rappresentava una supplica che il popolo rivolgeva a Dio perché mandasse la pioggia, da cui dipendeva la possibilità di produrre frutto. Ed è proprio qui che arriviamo a Giovanni 7:37-38, “Or nell'ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù si alzò in piedi ed esclamò dicendo: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, da dentro di lui sgorgheranno fiumi d'acqua viva».” Gesù stava dicendo che Lui era la vera sorgente, l’unico capace di dissetare la sete più profonda dell’essere umano. E l’invito non è più rivolto soltanto a Israele, ma a ogni persona. Giovanni spiega che quell’acqua viva rappresentava lo Spirito Santo. Qui Gesù parla di “fiumi”, e i fiumi non sono per noi: sono per gli altri. In Giovanni 4 parla invece di uno “zampillo d’acqua che scaturisce in vita eterna”, che riguarda ciò che Cristo fa dentro di noi. Come la terra ha bisogno dell’acqua per portare frutto, così il nostro cuore ha bisogno dell’acqua dello Spirito. Gesù disse: “Io sono la vite, voi siete i tralci; chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla” (Giovanni 15:5). Cristo fa diventare ogni credente una sorgente di acqua viva, e ciò che riceviamo non deve fermarsi a noi. Questo è stato anche il tema della nostra conferenza: l’evangelismo soprannaturale. Lo Spirito Santo che è dentro di noi è per noi, ma lo Spirito Santo che viene su di noi è anche per gli altri. Gesù, in Luca 4:18, disse: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, perché mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato per guarire quelli che hanno il cuore rotto, per proclamare la liberazione ai prigionieri e il recupero della vista ai ciechi, per rimettere in libertà gli oppressi.” L’unzione non è per noi soltanto, ma per gli altri. Dio vuole fare di noi una fonte di benedizione: benedetti per benedire, salvati per salvare, guariti per guarire. Ma non siamo noi a farlo, lo fa Gesù: la fonte è Cristo e noi siamo i canali, e questo rallegra il nostro cuore, perché ciò che Cristo ha fatto in noi vuole raggiungere anche gli altri.
Ed è proprio partendo da questo contesto, l’acqua che deve scorrere fuori, che vogliamo condividere la Parola di oggi, il cui titolo è “Non lasciare spegnere il fuoco”. Parleremo di fuoco e di quanto sia importante non spegnere e non lasciare spegnere il fuoco che Dio ha acceso nella nostra vita. Ma per capire da dove nasce questo messaggio, facciamo prima una panoramica delle ultime settimane. La settimana prima della conferenza abbiamo condiviso una parola intitolata: “Prepara il terreno, la pioggia sta arrivando”, scritta in Osea 10:12: “Seminate per voi secondo giustizia, mietete secondo misericordia; dissodate il vostro campo non coltivato…” Questo campo è il cuore, perché, come continua il verso: “…è tempo di cercare l’Eterno, finché egli venga e faccia piovere su voi la giustizia.” Dio ci ha detto di rompere le aree indurite del nostro cuore e di aprirle alla Sua presenza. Poi, come dice il profeta, abbiamo cercato l’Eterno con la preghiera e il digiuno, e siamo arrivati alla conferenza pregando: “Signore, manda la pioggia”. E possiamo dire che la pioggia è arrivata, forse non nel modo in cui ce l’aspettavamo. In questa conferenza è arrivata anche sotto forma di responsabilità. Mentre noi dicevamo: “Signore, riempici, manda la pioggia”, Dio ci ha ricordato: “Vi ho riempiti per andare, non per restare”. Non siamo chiamati semplicemente a ricevere, ma a diventare dei canali attraverso i quali ciò che riceviamo da Dio può raggiungere gli altri. Perché, se Cristo vive dentro di noi, la sorgente è dentro di noi, e Dio vuole fare della nostra vita una sorgente di benedizione per gli altri. Dio ci ha riportato alla missione. La Chiesa non è nata per essere un club di persone che stanno insieme. La parola “Chiesa” deriva dal greco Ekklesia, che indica i “chiamati fuori”: noi vorremmo chiuderci dentro, mentre Dio ci chiama fuori. La Chiesa è nata per raggiungere le anime, annunciare l’Evangelo del Regno e rendere testimonianza di ciò che Cristo ha fatto, e il motivo è la salvezza dei perduti: il Signore è paziente, “non volendo che alcuno perisca, ma che tutti vengano a ravvedimento” (2 Pietro 3:9). Dio non ha creato l’inferno per gli esseri umani. Infatti, in Matteo 25:41, Gesù dice: “Allora egli dirà ancora a coloro che saranno a sinistra: «Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli».” E Dio non ha creato lo stagno di fuoco e di zolfo per l’uomo: “Allora il diavolo, che le ha sedotte, sarà gettato nello stagno di fuoco e di zolfo, dove sono la bestia e il falso profeta; e saranno tormentati giorno e notte, nei secoli dei secoli” (Apocalisse 20:10). Questa è stata la pioggia che Dio ha riversato sulla nostra vita in questi giorni. Ma quando Dio manda la pioggia, qualcosa deve accadere nel terreno. La pecora è un animale ruminante: riceve il cibo e poi lo rimedita, e anche noi siamo chiamati a meditare e a lasciare che la Sua Parola produca qualcosa dentro di noi. La domanda non è: “Quanto abbiamo sentito?”, ma che cosa comincerà a crescere nella nostra vita dopo questo tempo che abbiamo vissuto. Quando organizziamo un evento e vengono ministri anche da fuori, non lo facciamo semplicemente per vivere un momento particolare, ma per obiettivi precisi: preghiamo per ricevere una direzione e cerchiamo conferme. E Dio ci ha parlato. Quindi la domanda è: che cosa comincerà a crescere nella nostra vita? Crescerà la nostra vita di preghiera, la nostra passione per le anime, il nostro amore per i perduti? Crescerà la nostra disponibilità? Perché Dio non cerca la nostra capacità: Dio cerca la nostra disponibilità. Noi abbiamo dissodato il terreno, Dio ha mandato la pioggia e ha acceso qualcosa di potente nelle nostre vite. Adesso arriva la nostra responsabilità: non lasciare spegnere ciò che Dio ha acceso nel nostro cuore. Ci sono cose che può fare soltanto Dio e cose che Dio sceglie di fare insieme a noi. In Levitico 9:24 leggiamo: “Quindi un fuoco uscì dalla presenza dell’Eterno…” Il primo fuoco sull’altare non era prodotto dall’uomo: veniva dal cielo, e qualcosa di simile accadde al tempo del profeta Elia (1 Re 18:38). Questo significa che non possiamo produrre il fuoco di Dio con le nostre forze: l’iniziativa viene da Lui. Soltanto Dio può accendere dentro di noi la fame della Sua presenza, la passione e la compassione per le anime. Ma qual è la nostra parte? In Levitico 6:12 troviamo la nostra responsabilità: “…Il fuoco sull’altare vi sarà mantenuto acceso e non si lascerà spegnere…” All’epoca era un fuoco naturale, oggi è un fuoco spirituale. E la Bibbia dice che siamo stati costituiti re e sacerdoti: “…e ci ha fatti re e sacerdoti per Dio e Padre suo, a lui sia la gloria e il dominio nei secoli dei secoli. Amen” (Apocalisse 1:6). Il versetto di Levitico continua: “…il sacerdote su di esso brucerà della legna ogni mattina, vi disporrà sopra l’olocausto e vi farà fumare sopra il grasso dei sacrifici di ringraziamento.” Oggi l’altare è il nostro cuore e il fuoco di Dio deve ardere continuamente nella nostra vita. Il principio è molto semplice: Dio accende, noi custodiamo. E lo custodiamo per una ragione precisa: perché possa essere portato fuori. A questo ci arriveremo alla fine. Dio ci parla, ci tocca, accende qualcosa dentro di noi, ma poi ci dice: “Non lasciarlo spegnere.” E allora il vero test non è quanto abbiamo bruciato durante la conferenza, con i suoi giorni di lode, Parola e preghiera. Il vero test è ciò che vivremo quando la conferenza sarà finita: continueremo a bruciare quando tutto questo sarà terminato? Se abbiamo un camino, sappiamo che dobbiamo aggiungere legna continuamente, altrimenti il fuoco si spegne e non può più riscaldarci. E Levitico 6 aggiunge proprio questo particolare: il fuoco lo aveva acceso Dio, ma la legna doveva metterla il sacerdote. E oggi il problema, a volte, è che vogliamo il fuoco senza mettere la legna. Vogliamo la presenza di Dio, ma non vogliamo pregare. Vogliamo la rivelazione, ma non spendiamo tempo nella Parola. Vogliamo essere usati da Dio, ma non ci rendiamo disponibili a Lui, perché troviamo sempre qualche scusa. Quanto tempo trascorriamo sui social? E vogliamo vedere anime salvate, ma se non parliamo mai di Gesù alle persone, come faremo? E allora dobbiamo chiederci: qual è la legna che stiamo mettendo sul nostro altare? Preghiera, Parola, adorazione, ubbidienza, servizio e testimonianza: legna per il fuoco della fede. Ogni volta che Dio ci parla e noi ubbidiamo e rispondiamo: “Sì, Signore, eccomi”, stiamo mettendo legna sull’altare. E oggi non possiamo vivere soltanto di quello che abbiamo ricevuto ieri. Non possiamo vivere di ricordi: Dio sta andando avanti e vuole che ogni giorno abbiamo con Lui un’esperienza fresca. Per questo lo Spirito Santo ci sta dicendo: “Ravviva quello che hai ricevuto.” Come un giorno l’apostolo Paolo, in 2 Timoteo 1:6, disse a suo figlio spirituale Timoteo: “Per questa ragione ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani.” Ora, l’apostolo Paolo non disse a Timoteo: “Aspetta che Dio faccia qualcosa di nuovo”. Molti di noi, invece, vivono proprio in questa attesa. Ma abbiamo una buona notizia: Dio l’ha già fatto. Dio continua a fare cose nuove, ma a Timoteo disse: “Ravviva il dono di Dio che è in te.” Quello che abbiamo già ricevuto ha bisogno di essere ravvivato. Forse Dio ci ha già parlato, ci ha già indicato qualcuno al quale condividere l’Evangelo, ci ha già chiamati a fare il prossimo passo. Facciamolo! Non è più il tempo di aspettare, è il tempo di agire sulla base di ciò che Dio ci ha già detto di fare. Non siamo spettatori, ma collaboratori con Lui. Ravvivare significa riaccendere un fuoco. La cenere ci ricorda che un giorno, proprio lì, c’è stato un fuoco. E sotto quella cenere sono rimaste delle braci: noi le smuoviamo, soffiamo sopra, aggiungiamo legna e il fuoco riprende ad ardere. L’apostolo Paolo non dice a Timoteo: “Hai perso il dono”, ma “Quello che Dio ha messo dentro di te, devi mantenerlo acceso”. E subito dopo, in 2 Timoteo 1:7, dice: “Dio, infatti, non ci ha dato uno spirito di paura, ma di forza, di amore e di disciplina.” Uno dei motivi per cui il fuoco può spegnersi nella nostra vita è la paura: la paura di iniziare e di fare il passo che Dio ci sta chiedendo. È come se Paolo dicesse: “Timoteo, non permettere alla paura, alle difficoltà della vita e alle opposizioni di soffocare ciò che Dio ha iniziato dentro di te. Metti nuovamente legna sul fuoco.” Non dobbiamo aspettare che sia Dio a mettere la legna: Dio ci dà il fuoco, ma noi abbiamo la responsabilità di mantenerlo acceso. Qualunque cosa Dio abbia messo dentro di noi, se la usiamo, cresce; se non la usiamo, non cresce. Si alimenta con la Sua presenza e si mantiene vivo attraverso la disciplina e l’ubbidienza alla Sua Parola e alla Sua volontà. Dio ha già messo qualcosa dentro di noi: non aspettiamo qualcosa di nuovo, ma ravviviamo ciò che abbiamo ricevuto. Lo esercitiamo, lo alimentiamo, lo custodiamo e lo lasciamo uscire. Sono quattro passi, che ora andremo ad analizzare uno alla volta.
Primo passo: esercitarlo
Ricordiamo la parabola dei talenti. Gesù racconta di un uomo che ricevette cinque talenti, un altro tre e un altro uno, e tutti furono mandati a trafficare con ciò che avevano ricevuto. Quello che aveva ricevuto cinque talenti ne guadagnò altri cinque, e Gesù gli disse: “Ben fatto, servo buono e fedele”. Anche quello che ne aveva ricevuti tre ne guadagnò altri tre. Ma quello che aveva ricevuto un solo talento lo nascose. E che cosa disse? “Ho avuto paura”. Tanti credenti vivono la loro fede così: “Ho avuto paura di pregare per quel malato… e così ho nascosto quello che Tu mi avevi dato”. Quel servo viene chiamato: “malvagio e fannullone”. Perché? Perché ciò che Dio ci ha dato non è stato messo nella nostra vita perché lo nascondessimo, ma perché lo usassimo. Quindi, la prima cosa è questa: esercitiamo ciò che Dio ci ha dato. Se non lo usiamo, diventiamo inattivi e rischiamo di perdere la consapevolezza di ciò che Dio ci ha affidato. Non aspettiamo di avere qualcosa di straordinario per cominciare a servire. Anche Timoteo doveva predicare, insegnare, guidare e servire, e Paolo gli disse di non trascurare il dono che Dio aveva messo in lui. Non aspettiamo di sentirci sempre pronti, perché molti dicono: “Non sono pronto”, e forse quel momento non arriverà mai. Dio ci sta dicendo: “Cominciate a servire con ciò che Io ho già messo nella vostra vita: per voi potrebbe sembrare poco, ma per Me è molto; perciò, esercitatelo e mettetelo al servizio degli altri.” Sono cose pratiche: se Dio ci ha dato il dono di insegnare, insegniamo. Se possiamo ascoltare una persona che ha bisogno di parlare, ascoltiamola: noi vogliamo parlare, parlare, parlare, ma a volte dobbiamo semplicemente fermarci e ascoltare. Una sola parola può cambiare la vita di una persona. Se possiamo incoraggiare qualcuno o donare una parola di speranza, facciamolo. Dio ha messo queste cose nella nostra vita: iniziamo a esercitarle.
Secondo passo: alimentarlo
Ma c’è un’altra cosa importante: non basta esercitare ciò che Dio ci ha dato. Dobbiamo anche alimentarlo. E come facciamo ad alimentare ciò che Dio ha messo dentro di noi? Stando nella Sua presenza. Abbiamo bisogno dell’intimità con Dio, della Sua Parola e della comunione con lo Spirito Santo. Quanto è meraviglioso lo Spirito Santo! Egli è il nostro migliore amico. Possiamo persino dirGli: “Spirito Santo, perdonami, perché Ti ho trascurato. E anche con Te ho un problema: parlo sempre io. Ho bisogno di imparare ad ascoltarTi”. Stiamo in silenzio davanti all’Eterno e impariamo a stare con Lui. Le attività e il servizio sono importanti, ma non devono sostituire la comunione con Lui. Possiamo avere capacità, talenti, un dono, ma se non alimentiamo la nostra intimità con Dio, ciò che Lui ha messo in noi rischierà di trasformarsi in una frustrazione. La presenza di Dio nella nostra vita è come l’ossigeno per il fuoco. Se accendiamo un fuoco e poi lo copriamo con un bicchiere capovolto, dopo poco la fiamma si spegne perché viene a mancare l’ossigeno. Allo stesso modo, lo Spirito Santo, la nostra vita di preghiera e la nostra intimità con Dio sono come quell’ossigeno che alimenta il fuoco. Quando viene meno la comunione con Dio, anche il fuoco dentro di noi comincia a spegnersi.
Terzo passo: custodirlo
Poi c’è un’altra cosa importante: manteniamolo vivo, non trascuriamolo. Sapete qual è la parola per questo? Costanza. È meglio pregare e stare nella nostra cameretta segreta quindici minuti ogni giorno che farlo per un’ora una sola volta alla settimana. Paolo, in 1 Timoteo 4:15, dice: “Adoperati per queste cose e dedicati ad esse interamente, affinché il tuo progresso sia manifesto a tutti.” Ci vuole allenamento spirituale, come per i muscoli: più li esercitiamo con costanza, più diventano forti. Ma c’è anche un’altra cosa: proteggiamolo da tutto ciò che cerca di spegnerlo. Subito dopo Paolo parla della paura: “Dio, infatti, non ci ha dato uno spirito di paura, ma di forza”. Cosa fanno la paura, lo scoraggiamento, i peccati che tolleriamo e la distrazione? Spengono. Spengono il fuoco che Dio ha acceso in noi. Se una persona ci parla e noi guardiamo il telefono, è una mancanza di rispetto; lo stesso vale quando Dio vuole parlarci e noi siamo distratti. Anche il confronto con gli altri spegne: “A lui sì, a me no”. Per questo l’apostolo Paolo scrive in 1 Tessalonicesi 5:19: “Non spegnete lo Spirito.” Non è Dio che spegne lo Spirito: siamo noi, quando le nostre attitudini e i nostri comportamenti non sono in linea con la Sua Parola. Anche impartizione e correzione contribuiscono a mantenere vivo ciò che Dio ha fatto. Timoteo lo ricevette da Paolo: “…il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani” (2 Timoteo 1:6). Dio usa le relazioni spirituali, i pastori, gli anziani, i mentori. È Cristo stesso che ha dato dei ministri alla Chiesa: Efesini 4:11-12, “Ed egli stesso ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti e altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi, per l’opera del ministero e per l’edificazione del corpo di Cristo.” A Corinto c’erano gruppi che dicevano: “Io sono di Paolo”, “Io sono di Pietro”, “Io sono di Apollo”, e poi, questa è una battuta, i più spirituali: “Io sono di Cristo”. Paolo li riprende tutti, perché il problema era la divisione e il mettere un uomo al centro. Ma chi, dicendo “Io sono di Cristo”, intendeva di non avere bisogno di nessuno, rischiava di non avere nessuno che potesse correggerlo. Lo Spirito Santo ci corregge direttamente, ma Dio si serve anche delle persone che ha stabilito nella Chiesa, e noi dobbiamo rispettarle. Ciò che Dio ha messo in noi non cresce semplicemente perché lo possediamo: cresce perché lo usiamo, lo alimentiamo e lo custodiamo. Non aspettiamo la prossima conferenza o un altro predicatore: ogni giorno aggiungiamo legna sul fuoco e usiamo ciò che Dio ci ha già dato.
Quarto passo: il fuoco deve uscire dalle quattro mura
E c’è un’ultima cosa: il fuoco deve uscire dalle quattro mura. Custodiamo il fuoco proprio perché possa essere portato fuori. Atti 1:8: “Ma voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni…” Potenza per testimoniare. Allora chiediamoci: perché vogliamo essere riempiti dello Spirito Santo? Perché tutto si fermi a noi, oppure perché raggiunga altre persone? Gloria a Dio perché nella Sua presenza stiamo bene, ma Dio ci riempie per inviarci. Forse stiamo pensando: “Ma noi siamo nel Signore da pochi mesi”. Un giorno, riportato in Luca 8:39, Gesù disse a un uomo appena liberato: “Ritorna a casa tua e racconta le grandi cose che Dio ha fatto per te.” Questo è uno dei messaggi più forti della conferenza: “Dall’alto solaio alle strade”. Gesù non aveva invitato i discepoli a rimanere nell’alto solaio, ma a uscire verso le strade. Il fuoco scese nell’alto solaio, ma i discepoli uscirono: Pietro predicò e tremila persone si convertirono. Molti stanno ancora aspettando di ricevere qualcosa che Dio ha già dato. Ma c’è una buona notizia: lo Spirito Santo è già venuto. Duemila anni fa, alla Pentecoste, Dio ha compiuto quella promessa. Abbiamo ricevuto: ora dobbiamo andare. Questo non significa che non abbiamo più bisogno di essere riempiti: Paolo, in Efesini 5:18, ci esorta a essere continuamente ripieni: “…ma siate ripieni di Spirito.” Il problema è che molti pensano soltanto a sé stessi: “Basta che stia bene io. Basta che io riceva”. Sapete perché molti stanno male nella Chiesa? Perché diventano come il Mar Morto: l’acqua entra, ma non esce e quando nulla esce, alla fine tutto si spegne. Per questo Dio non vuole soltanto riempirci: vuole riempirci per mandarci. Il fuoco che Dio ha acceso dentro di noi deve uscire, raggiungere le persone e portare loro la Sua presenza, la Sua speranza e il Suo amore. E allora la domanda non è se abbiamo ricevuto, perché sappiamo di aver ricevuto, ma cosa faremo di quello che Dio ci ha dato. Per chi pregheremo questa settimana, credendo in Dio per un miracolo? A chi parleremo di Gesù? Chi inviteremo al Grace Lab o al culto? Chi incoraggeremo? Il fuoco che Dio ha acceso dentro di noi deve raggiungere qualcun altro, perché non ha senso che si fermi a noi.
Concludiamo il messaggio ricordando che, come Chiesa, abbiamo fatto un percorso. Siamo partiti dalla parola che Dio ci ha dato: dissodate il vostro terreno, dissodate il vostro campo, perché Dio vuole mandare la pioggia dal cielo. E Dio ha mandato la pioggia. Abbiamo detto che quella pioggia è arrivata anche sotto forma di responsabilità, perché nella Chiesa ci sono molte pecore grasse. Una pecora troppo grassa non riesce più a produrre latte e ha difficoltà a generare altri figli. Ci siamo nutriti della Parola, l’abbiamo ricevuta, siamo stati benedetti, siamo cresciuti, ma tutta l’opera di Dio non deve fermarsi a noi: deve passare attraverso di noi. Dio ha mandato la pioggia e quella pioggia ci ha riportato alle nostre responsabilità come figli di Dio, facendoci comprendere la nostra identità in Cristo. E Dio ha riacceso il fuoco dentro di noi. L’apostolo Paolo cosa ci ha detto? “Ravviva il dono di Dio che è in te”. Ravviviamolo! E cosa ci insegna il libro del Levitico? “Non lasciare spegnere il fuoco”. Il fuoco è sceso dal cielo e adesso noi dobbiamo mantenerlo acceso. Gesù ci ha detto: “Mi sarete testimoni”. Perciò la domanda che dobbiamo porci non è: “Signore, quando manderai il fuoco dal cielo?” Il fuoco è già sceso. La domanda è: “Cosa stiamo facendo con il fuoco che Dio ha già mandato?”
