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La Cena del Signore

La Cena del Signore

 

LA CENA DEL SIGNORE

Casavatore 21-12-2025                                                                              PREDICAZIONE: PASTORE ANTONIO RUSSO

Oggi vogliamo introdurre un tema che ha per titolo “La Cena del Signore”, un argomento molto importante che riguarda una partecipazione che edifica il corpo di Cristo. Non stiamo parlando semplicemente del pane e del vino, né di una pratica religiosa formale, ma della nostra relazione vissuta nella sua pienezza, sia verticale che orizzontale, cioè del nostro rapporto con Dio e della nostra unità con il corpo di Cristo. L’apostolo Paolo, in 1°Corinzi 11:23-24, dice: “Poiché ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso …”. Paolo si è convertito circa otto anni dopo la resurrezione di Cristo, quindi non era presente all’ultima cena, eppure afferma di averlo ricevuto dal Signore, parlando di una rivelazione. Prima si chiamava Saulo, che significa grande, poi Dio gli cambiò il nome in Paolo, che significa piccolo, perché quando ci vediamo grandi produciamo fallimenti, ma quando ci vediamo piccoli e vediamo Dio grande, tutto cambia. Dopo aver ricevuto questa rivelazione, si è confrontato con gli apostoli, non imponendo la sua parola, ma verificando se avesse compreso bene, rivelando il cuore di un uomo che ama l’opera di Dio. Paolo continua: “… che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Prendete, mangiate; questo è il mio corpo che è spezzato per voi; fate questo in memoria di me».” Qui si parla di memoriale, che non è solo un ricordo, ma una partecipazione e una rivelazione. Non parliamo di transustanziazione: il pane resta pane e il vino resta vino, perché facciamo questo come memoriale. Versi 25-26; “Parimenti, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me». 26 Poiché ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga.” Mangiare o bere indegnamente non riguarda la nostra posizione in Cristo, ma il modo in cui camminiamo. Verso 28; “Ora ognuno esamini sé stesso …”. Non siamo chiamati a esaminare gli altri, ma noi stessi. Verso 29; “poiché chi ne mangia e beve indegnamente, mangia e beve un giudizio contro sé stesso, non discernendo il corpo del Signore.” Il corpo di Cristo è stato martoriato per la nostra guarigione ed è anche la Chiesa, di cui noi siamo membra, parte della famiglia di Dio, chiamati a riconoscerci, discernere questa realtà e accoglierci con apprezzamento reciproco. Versi 30-31; “Per questa ragione fra voi vi sono molti infermi e malati, e molti muoiono. 31 Perché se esaminassimo noi stessi, non saremmo giudicati.” Paolo dice che fra loro vi erano molti infermi e malati e molti morivano prematuramente. Verso 32: “Ma quando siamo giudicati, siamo corretti dal Signore, affinché non siamo condannati col mondo.” Questo mostra la misericordia di Dio. La Cena del Signore è un patto, il nuovo patto nel sangue di Gesù, e in virtù del Suo sacrificio abbiamo avuto il privilegio di credere in Lui, sapendo che non siamo stati noi ad avvicinarci a Dio, ma che è Lui ad avvicinarsi a noi. Una cosa molto importante da puntualizzare riguardo a quell’ultima cena è chi c’era con Gesù. C’erano i 12 discepoli che poi divennero apostoli, ma Gesù aveva anche altri 70 discepoli e poi altri 500 discepoli; tuttavia, non erano lì, perché Lui ha voluto creare un momento di intimità. La cena del Signore è un momento di intimità in cui il Signore ci invita ad accostarci alla Sua presenza e a vivere un rapporto intimo insieme con Lui. Oggi Dio ci ha invitati ad avvicinarci alla mensa del Signore per avere comunione con Lui e comunione con il corpo di Cristo. La cena del Signore presenta tre aspetti fondamentali.

“Il primo è guardare indietro”, al sacrificio della croce, infatti è scritto: voi annunziate la morte del Signore. La cena non è un sacramento né qualcosa di magico, ma un memoriale che ci fa ricordare ciò che è accaduto circa 2000 anni fa sul Golgota. Immaginando la nostra vita senza aver conosciuto Gesù, comprendiamo quanto dobbiamo essere grati per l’opera della croce, perché per mezzo di quel sacrificio abbiamo ricevuto il perdono dei peccati e una nuova vita in Cristo. Siamo salvati non per i nostri meriti, ma grazie ai meriti di Gesù.

“Il secondo invito è guardare avanti”, finché Egli venga, e questo ci parla del ritorno di Gesù. Tutti i risvegli della storia hanno avuto una forte consapevolezza della sua imminente venuta. Con il passare del tempo rischiamo di farci pensieri naturali e dire: “Sono passati 2000 anni…”, ma per Dio un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno, quindi per Lui sono passati appena due giorni. Nella Bibbia ci sono circa 300 versi che hanno profetizzato sulla prima e sulla seconda venuta di Gesù. Le profezie della prima venuta sono 34, quelle della seconda 266: un rapporto di 8 a 1; questo significa che la sua seconda venuta è più sicura di ciò che abbiamo mangiato oggi, perché Lui ha promesso che sarebbe ritornato e ritornerà. Dio ci chiama a essere pronti come se dovesse tornare tra mezz’ora, oggi o domani, evitando di addormentarci spiritualmente. Ma allo stesso tempo dobbiamo progettare il futuro come se non dovesse tornare mai, continuando a lavorare, studiare, educare i figli e vivere con responsabilità. Gesù dice: i vostri lombi siano cinti, e le vostre lampade siano accese. I lombi cinti parlano del servizio: essere pronti, disponibili, senza scuse. Le lampade accese parlano dell’unzione e della comunione continua con Dio e con il corpo di Cristo, e la Bibbia afferma: “quanto è bello e quanto è piacevole che i fratelli dimorino insieme.” Dio è lo stesso ieri, oggi e domani; quindi anche noi dobbiamo rimanere sempre pronti, con unzione fresca, comunione viva e passione accesa ogni giorno, preparandoci al suo ritorno senza dormire spiritualmente.

“Il terzo aspetto è guardare dentro”, infatti il verso 28 dice: “Ora ognuno esamini sé stesso …” L’esame descritto dall’apostolo Paolo non riguarda la nostra posizione in Cristo, ma la nostra condotta: come stiamo camminando, come ci relazioniamo con le persone, con la nostra famiglia, con il nostro fratello e la nostra sorella, come ci relazioniamo con le autorità che Dio ha posto sulla nostra vita. Parla del nostro cammino, e non dobbiamo fare ciò che spesso accade quando ascoltiamo la Parola, cioè pensare: “Peccato che quel fratello stasera non c’è, sarebbe stata una parola perfetta per lui”; invece, Dio sta parlando a noi, e questa parola è per noi. Esaminare significa provare, collaudare, essere approvati, perché gli esami nella vita non finiscono mai. Non dobbiamo aspettare che siano gli altri a esaminarci: siamo noi i primi responsabili nell’esaminare noi stessi alla luce di ciò che Dio ci sta dicendo. La cena del Signore è un particolare momento di comunione del corpo di Cristo, e lo scopo della comunione è l’edificazione. Possiamo fare due cose verso il corpo di Cristo: edificarlo o distruggerlo. Edificare significa costruire relazioni alla luce della Parola di Dio. Nella versione ampliata, Paolo dice in Romani 1:11: “perché io desidero intensamente vedervi di persona… per trasmettervi e condividervi qualche dono spirituale affinché siate resi più saldi, più stabili, più fortificati interiormente.” Egli desidera essere presente perché ciò che trasmetterà li aiuterà a resistere alle pressioni del mondo e alle prove della vita. Quando siamo in chiesa è bello e piacevole, ma il vero combattimento non è durante il culto: è fuori. È come un simulatore di aereo: qui riceviamo la Parola, che ci serve nella vita reale, perché quando arriveranno pressioni e prove potremo applicare ciò che abbiamo imparato. Molti cristiani sono dimentichevoli, ma oggi dobbiamo fermare la Parola e farla scendere nel cuore. La migliore attitudine è dire: “Spirito Santo, come posso vivere ciò che tu mi stai trasmettendo?” Lo Spirito Santo indirizza la parola giusta a ognuno secondo il proprio livello, perché poi dovremo affrontare prove, ma Dio ci ha già parlato del modo in cui possiamo vincerle. Paolo dice nel verso 12 che non è un’unzione a senso unico: “non verrò solo per benedire voi, ma anche voi benedirete me.” La fede che condividiamo si alimenta a vicenda, e quando veniamo in chiesa non veniamo solo per dare, ma anche per ricevere, testimoniando ciò che Dio sta facendo nella nostra vita. La fede si rafforza reciprocamente e ci fa crescere come un solo corpo.

1°Tessalonicesi 5:11; “Perciò consolatevi gli uni gli altri ...”

Noi dobbiamo consolarci. A volte sembra quasi difficile chiedere: come stai? perché rischieremmo di essere sconsolati, ma sarebbe meraviglioso ricevere consolazione e sentirci dire: “In Cristo, in fede, stiamo combattendo le battaglie della fede e stiamo riportando vittoria.” La Scrittura dice: consolatevi gli uni gli altri ed edificatevi l’un l’altro, perché abbiamo bisogno del sostegno dei fratelli; il corpo di Cristo ci aiuta nei momenti di scoraggiamento e afflizione, e noi dobbiamo essere una consolazione per chi ci è accanto. Siamo chiamati a esortare il corpo di Cristo, dando conforto, parlando delle opere di Dio, offrendo preghiera senza paura di dire “Io pregherò per te”, sapendo che Dio fa miracoli, e dimostrando amore rendendoci disponibili nelle necessità. Noi siamo una benedizione quando diamo una parola d’incoraggiamento: “Signore, di’ solo una parola.” Dobbiamo comprendere come edificare il corpo di Cristo, perché riguarda ciascuno di noi verso i propri fratelli e sorelle. E per questo vi parlerò di cinque cose che ci aiutano in modo pratico a capire non soltanto la teoria, ma come possiamo essere una benedizione concreta per il nostro fratello e la nostra sorella, perché tutti vogliamo impararlo in modo pratico, come edificare il corpo di Cristo.

La prima cosa, accettandoci gli uni gli altri.

Accettarci non significa camminare con l’accetta in mano, ma scegliere di accoglierci. Dio in Cristo ci accetta con i nostri pregi e difetti, ma il Suo obiettivo è trasformarci: ci prende come siamo, ma non ci lascia come siamo, perché il Suo amore non è statico. Dio ha un progetto di cambiamento nella nostra vita; ci ha presi dalla nostra condizione e ha promesso una trasformazione dicendo: “Io che ho iniziato un’opera buona in te, la porterò a termine”, se noi glielo permettiamo. Per questo siamo chiamati anche noi ad accoglierci e ad accogliere i nostri fratelli e sorelle nel corpo di Cristo, non secondo criteri umani, ma secondo la grazia di Dio.

Giovanni 13:34; “Vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, anche voi amatevi gli uni gli altri.”

Gesù è chiarissimo: non ci chiede di amarci secondo definizioni umane, ma come Lui ci ha amati. Non si tratta di amore fileo, l’amore dell’anima, ma di amore agapeo, un amore che dona senza pretendere nulla in cambio. Questo amore è superiore e, se Gesù lo ha comandato, significa che è possibile viverlo.

Romani 12:10; “Nell'amore fraterno, amatevi teneramente gli uni gli altri; …”

La Scrittura parla di un amore tenero, non aggressivo.

1°Pietro 1:22; “Avendo purificato le anime vostre con l'ubbidienza alla verità mediante lo Spirito, per avere un amore fraterno senza alcuna simulazione, amatevi intensamente gli uni gli altri di puro cuore.”

L’amore simulato è un amore finto, fatto di apparenza. Il mondo cerca l’apparenza, ma noi siamo chiamati a cercare la sostanza. È vero che a volte nascono contese tra i fratelli, ed è una realtà presente in tutta la Chiesa; anche Paolo e Pietro ebbero contrasti, perché la carne esiste. Tuttavia, siamo chiamati ad amarci intensamente di puro cuore. Accettare non significa approvare tutto, ma non scartare la persona. Dio ci accetta pur non approvando ogni nostro comportamento; allo stesso modo, Dio ha tanto amato il mondo pur non approvando ciò che il mondo fa. Accogliere qualcuno significa dire: “vieni, camminiamo insieme”, non giudicare o svalutare. Io edifico quando aiuto, non quando giudico. L’accoglienza crea un ambiente in cui lo Spirito Santo può operare senza vergogna e paura. I nuovi convertiti non devono essere trattati pretendendo maturità immediata; anche in loro c’è un’opera in corso, come in noi. Parlando di unità, comprendiamo che l’unità non è uniformità e che possiamo essere uniti senza essere uguali. L’unità è avere lo stesso cuore, lo stesso Signore, la stessa missione, gli stessi valori e la stessa direzione, pur camminando con passi diversi. L’uniformità è copia e incolla; l’unità è armonia. Come un’orchestra composta da strumenti diversi produce sinfonia, così noi, camminando in unità, manifestiamo Cristo. Dio ha creato la diversità nei doni e nei temperamenti; il nemico la usa per dividere, ma lo Spirito per completare il corpo di Cristo. Quando c’è unità, la differenza non divide, ma completa e fortifica, permettendoci di andare avanti.

La seconda cosa, rispettandoci a vicenda.

Romani 12:10; “… nell'onore usate riguardo gli uni verso gli altri.”

Noi vogliamo scegliere di onorarci mettendo il fratello davanti a noi, dando valore, dignità e rispetto reciproco, riconoscendo Cristo che vive nell’altro e non cercando la nostra affermazione, perché molti cercano di portare sé stessi avanti, come se il mondo girasse attorno a loro, mentre Cristo è il centro dell’universo e noi dobbiamo girare attorno a Lui. Onorarci significa cercare l’edificazione del corpo di Cristo, perché siamo membra di un unico corpo: quando onoriamo un fratello, onoriamo Cristo in lui.

1°Giovanni 4:20; “Se uno dice: «Io amo Dio», e odia il proprio fratello, è bugiardo; chi non ama infatti il proprio fratello che vede, come può amare Dio che non vede?”

Il rispetto si manifesta nel modo in cui parliamo, nel tono della voce, nelle parole che scegliamo e nel conoscere i confini, perché quel fratello è lavato con il sangue di Gesù, lo stesso che ha lavato noi. Si vede anche nel modo in cui ascoltiamo: non interrompere, lasciare esprimere, non presumere di sapere già tutto. Non dobbiamo ridicolizzare, sminuire o tradire confidenze, perché chi apre il cuore va custodito. Non alimentiamo pettegolezzi, ma restiamo fedeli a Dio e alla Sua Parola. Segnali di rispetto nella Chiesa sono dare valore al tempo degli altri, essere puntuali, essere affidabili, onorare i ruoli senza adulare le persone. Correggere con mansuetudine senza umiliare, e incoraggiarci a vicenda, perché questo costruisce il corpo di Cristo.

La terza cosa, esortandovi a vicenda.

Tutti attraversiamo prove, afflizioni, scoraggiamento e debolezza spirituale, e l’incoraggiamento non è passività tossica, ma fede parlata al momento giusto. Quando esortiamo, ciò che diciamo deve rialzare la vita dell’altro, ricordando le promesse di Dio e la sua identità in Cristo: “tu sei figlio, non ti sottovalutare, sei lavato con il sangue di Gesù, Dio non ha finito con te.” Incoraggiare significa anche aiutare con passi concreti, chiedendo: come posso sostenerti questa settimana? A volte l’incoraggiamento è una presenza silenziosa che comunica: “Sono qui”, senza bisogno di discorsi. Preghiamo insieme, ti sostengo, ti voglio benedire. Ci sono quattro modi di incoraggiare che edificano: la verità, perché libera; la parola, perché edifica; la testimonianza, perché ciò che Dio ha fatto in noi diventa forza per chi ascolta; e la direzione, perché offre orientamento spirituale a chi è confuso o smarrito.

La quarta cosa, pregando gli uni per gli altri.

La preghiera è potente e un soccorso spirituale reale: quando preghiamo con qualcuno portiamo i suoi pesi, gli apriamo la strada, lo liberiamo, gli ministriamo guarigione e consolazione.

Giacomo 5:16; “… pregate gli uni per gli altri, affinché siate guariti; …” 

La Chiesa diventa forte quando le persone pregano davvero, non quando si limita a dire “Ho pregato per te” o a mettere un’emoji; essa è fortificata quando diciamo: “Voglio essere un sostegno nella tua vita e voglio pregare per te.” Pregare efficacemente significa dire: “Signore, intervieni nella vita di mio fratello, di mia sorella, in questo preciso punto.” Pregare gli uni per gli altri crea unità, spegne la gelosia, rompe le competizioni, guarisce le ferite. È bello pregare insieme, per questo è utile scegliere un amico di preghiera, qualcuno maturo e sincero che ci ama e ci dice la verità, fratelli con fratelli, sorelle con sorelle e marito e moglie insieme.

La quinta cosa, servendoci gli uni gli altri.

Gesù disse: “Io sono vostro servo”; non ha detto: “Voi siete miei servi”, ma aggiunse: “Il maggiore tra di voi sia il servo di tutti.”

Galati 5:13; “… servitevi gli uni gli altri per mezzo dell’amore.”

Gesù diede un esempio lavando i piedi ai discepoli, un compito che spettava ai servi dei servi, quelli che lavoravano tutto il giorno nei campi e la sera lavavano i piedi dei servi. E Gesù disse: “Io vi ho dato l’esempio; se io l’ho fatto con voi, fatelo anche gli uni con gli altri.” Questo è lo spirito di Cristo: Egli è venuto per servire, non per essere servito. Il servizio edifica perché toglie me e mette Cristo, non è attivismo ma amore concreto. Chi serve costruisce ponti e abbatte muri, cercando la riconciliazione. Servire significa sostenere nella crisi, visitare, portare un pasto, accogliere, curare i nuovi, consolidare i neofiti, offrire tempo, competenze, ascolto. Le persone, a volte, vogliono semplicemente essere ascoltate. Servire significa anche sostenere la visione della Chiesa: Evangelizzare, Consolidare, Discepolare e Inviare. L’edificazione ci rende una dimora di Dio nello Spirito; quando edifichiamo il corpo di Cristo, Dio dimora in noi e manifesta la Sua presenza e la Sua gloria.

 

 

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