La fede non è un'opzione: è una necessità
LA FEDE NON È UN'OPZIONE: È UNA NECESSITÀ
Casavatore 24-05-2026 PREDICAZIONE: PASTORE ANTONIO RUSSO
Oggi continuiamo sul nostro tema della fede e cercheremo di essere il più brevi possibile, non nel senso di superficialità ma per andare dritti all’essenziale, perché crediamo di avere bisogno di afferrare questa parola in modo profondo e lasciarla radicata nel cuore. Il titolo del messaggio è: “La fede non è un’opzione: ma è una necessità”, un messaggio che ci porterà a parlare delle tre generazioni della fede: Abramo, Isacco e Giacobbe. Ma prima vogliamo fare un riepilogo di ciò che abbiamo condiviso nelle ultime settimane sulla fede. Abbiamo detto che la vera fede è stabile, attiva e non passiva, è soprannaturale e non si arrende anche quando le circostanze non sono in accordo con la volontà di Dio, ma ci mantiene fermi nella Sua presenza e saldi in Lui. Dalla Parola di Dio abbiamo imparato che la fede è necessaria per piacere a Dio, perché senza fede è impossibile piacergli, poiché chi si accosta a Lui deve credere che Egli è e che è il rimuneratore di quelli che lo cercano. Abbiamo anche visto che la fede coinvolge ogni area della nostra vita: la vita personale, la famiglia, il futuro, la salute, le finanze e il nostro servizio, perché riguarda il proposito che Dio ha preparato per noi. Inoltre, abbiamo compreso che la fede si appropria della potenza di Dio, come abbiamo visto nella vita di Bartimeo e della donna dal flusso di sangue da dodici anni, che, nonostante la sua condizione e i limiti della legge del tempo, ha creduto e ha toccato il lembo della veste di Gesù. In quel momento Gesù ha dichiarato che una potenza era uscita da Lui e lei è stata completamente guarita. Infine, abbiamo visto che ogni casa ha bisogno di qualcuno che crede. Come la casa spirituale che è la Chiesa, così anche la famiglia ha bisogno di uomini e donne di fede, mariti e mogli, genitori che credono in Dio, perché è scritto: “Io e la mia casa serviremo l’Eterno”. Dio sta cercando uomini e donne di fede attraverso i quali le famiglie possano essere salvate, perché le generazioni cambiano e Dio apre una via dove una via non c’è. Da questo abbiamo iniziato a parlare della fede di Abramo, vedendo che la vera fede esce dalla comodità. Infatti, Abramo esce da Ur dei Caldei, una città molto avanzata per l’epoca, caratterizzata da grande benessere e stabilità economica e sociale, con un livello di civiltà elevato anche per quei tempi. Abramo proveniva da una famiglia agiata e viveva in una condizione di sicurezza, ma Dio lo chiama a lasciare tutto questo per seguire una promessa non visibile ma fondata sulla Sua Parola. Così egli compie un grande passo di fede, e questo ci insegna che la vera fede preferisce la promessa di Dio alle sicurezze umane.
Quindi ora parliamo delle tre generazioni della fede. È importante ascoltare perché la vita di Abramo rappresenta il cammino del credente ed egli è chiamato il padre della fede, colui che per fede ha visto compiersi le promesse di Dio. Il suo percorso non è stato breve ma lungo e segnato dall’attesa fino alla promessa di un figlio. Quando Abramo fu chiamato a uscire da Ur dei Caldei aveva circa settantacinque anni e Dio gli promise un figlio, mentre sua moglie era sterile e umanamente non c’era possibilità, ma Dio compì un miracolo perché Egli è il Dio dei miracoli. In Ebrei 11:8 è scritto: “Per fede Abrahamo, quando fu chiamato, ubbidì per andarsene verso il luogo che doveva ricevere in eredità; e partì non sapendo dove andava”. Egli lasciò le sue sicurezze e partì senza sapere la destinazione, affidandosi alla promessa di Dio, anche se aveva benessere e avrebbe potuto restare nella comodità. Questa è la fede che esce, che crede e ubbidisce, che apre una via dove non c’è via. La prima generazione è quella che paga un prezzo, lascia la comodità e stabilisce un altare per chi verrà dopo. Abramo doveva credere nella protezione di Dio e nella promessa, senza appoggiarsi alle sicurezze umane perché aveva lasciato Ur dei Caldei e viveva solo sulla parola ricevuta. Egli era un idolatra, ma Dio lo chiamò perché cercava la verità, così Egli si rivelò nella sua vita, come anche noi siamo stati chiamati fuori dall’idolatria. Non poteva appoggiarsi alle sue sicurezze umane, ma imparò a dipendere da Dio come unica forza. Quando abbiamo troppe opzioni naturali, la fede si indebolisce perché iniziamo a fare affidamento su alternative umane. Per questo ringraziamo per medici e medicine, ma spesso ci affidiamo a soluzioni immediate senza esercitare la fede, e in questo modo la fede non cresce ma si indebolisce nel tempo. Quando arriviamo a problemi più gravi tendiamo ad arrenderci perché abbiamo sviluppato dipendenze umane. Quando invece decidiamo di non avere altre opzioni se non Dio scopriamo la sua fedeltà. Nei luoghi poveri la fede è necessità di sopravvivenza e per questo i miracoli sono più frequenti perché la dipendenza da Dio è quotidiana. In questi contesti non ci sono sicurezze economiche né sistemi forti e quindi ogni bisogno diventa occasione per credere davvero in Dio. Spesso noi in Occidente ascoltiamo testimonianze straordinarie come guarigioni e miracoli che in altri luoghi sono quotidiani, proprio perché la fede è una necessità. Quando invece abbiamo sempre soluzioni immediate rischiamo di non sviluppare profondità spirituale e quando arriva una prova più grande ci troviamo senza strumenti interiori per resistere. E sapete, una delle cose per cui dobbiamo pregare è che nel mondo ci sono circa 380 milioni di cristiani perseguitati nel ventunesimo secolo, in Asia, Africa, Medio Oriente e altri contesti. In molti di questi luoghi è difficile o persino impossibile predicare l’Evangelo, eppure proprio lì la Chiesa cresce, come avvenne nel primo secolo. Anche allora, malgrado la persecuzione, la Chiesa cresceva: nel Colosseo molti cristiani venivano dati in pasto ai leoni, ma sugli spalti centinaia si convertivano. In Cina, dove spesso è vietato predicare l’Evangelo con pene che possono arrivare all’ergastolo, alla tortura o alla morte, esiste comunque una crescita reale della Chiesa sotterranea, nascosta ma viva. Questo ci ricorda che anche noi abbiamo una sfida: predicare Gesù e annunciare l’Evangelo nella vita delle persone. La fede non si arrende davanti alla mancanza, non si piega davanti alla paura, non si ferma davanti alla comodità e non si spegne davanti al ritardo. Quando crediamo e passa il tempo, la fede continua a camminare perché sa che Dio è fedele e lo sarà sempre, e oggi Dio cerca uomini e donne che gli credano. Abramo è esempio di questo cammino: ebbe il coraggio di uscire e rinunciare, e attraverso la sua fede è nato il Messia. Credette contro ogni evidenza naturale, perché non c’era speranza: aveva settantacinque anni, sua moglie era sterile e in età avanzata, “come morto” secondo la lettera ai Romani, ma Dio gli diede il figlio della promessa a novantanove anni. Egli è il nostro padre Abramo, che ha costruito altari ma ha vissuto anche crisi, paure e scorciatoie, attraversando per circa venticinque anni prove fino al compimento della promessa. Quando scese in Egitto e si lasciò condizionare dalle circostanze, la sua fede fu purificata nell’attesa. La fede comincia quando Dio parla e noi ubbidiamo. Nella storia di Isacco vediamo la seconda generazione: egli crebbe vedendo la fede del padre, gli altari, i sacrifici e la provvidenza di Dio, ma arrivò il momento del sacrificio sul monte Moria, dove Isacco portò la legna e chiese: “Padre, dov’è il sacrificio?”, e nacque il dubbio se potesse essere lui il sacrificio. Abramo però aveva la certezza della promessa e sapeva che Dio avrebbe provveduto. Isacco vide la determinazione e l’obbedienza totale del padre, e proprio mentre il sacrificio stava per compiersi Dio intervenne dicendo: “Abramo, Abramo, fermati, ora so che tu temi Dio”. Abramo dimostrò di ascoltare solo la voce di Dio, anche tra molte voci interiori. Ma per Isacco il soprannaturale divenne progressivamente un’opzione e non una necessità: per esempio anche per trovare moglie fu Abramo a muoversi, mandando il servo a cercarla nella sua parentela. Questo ci mostra che una generazione può ricevere i benefici della fede dei padri senza sviluppare una fede personale. Il giusto non vive della fede del padre, ognuno deve vivere la propria fede, e oggi Dio ci chiama a credere personalmente. Isacco ebbe comunque un incontro con Dio che cambiò qualcosa nella sua vita, ma inizialmente non viveva una dipendenza radicale come Abramo. Per questo anche noi dobbiamo crescere nella fede: se abbiamo bisogno di denaro, di lavoro o di pace in famiglia dobbiamo credere in Dio, perché per Lui niente è impossibile. Sapete spesso, come genitori, senza nemmeno accorgercene, diamo tutto, risolviamo tutto e sistemiamo tutto, ma in questo modo non aiutiamo la crescita spirituale dei nostri figli e non li educhiamo a credere. Dobbiamo insegnare ai figli a credere in Dio, già dal grembo materno, perché se diamo tutto senza insegnare la fede prepariamo una generazione che vivrà solo di comodità. Dio ci chiama a uscire dalla comodità, perché nella comodità non maturano convinzioni, non si ricevono rivelazioni e non si impara a dipendere da Dio. La vita di Isacco mostra il rischio di vivere solo di eredità, cioè ricevere la fede dei padri senza svilupparne una personale, ma arriva un momento in cui dobbiamo dire “ora è il mio tempo, Dio ha un proposito per la mia vita” e non vivere solo di ciò che abbiamo ricevuto. Isacco rischiò anche di ripetere errori precedenti, ma noi siamo chiamati a credere personalmente e a non vivere di imitazione, perché nel corpo di Cristo possiamo avere esperienza e giovinezza spirituale insieme attraverso l’ubbidienza. Ai giovani viene ricordato di essere grati per il matrimonio e per i figli, ma senza trascurare la vita spirituale, perché le stagioni della vita non tornano e la fede nel presente è ciò che Dio vuole operare oggi, quindi non basta dedicare tempo alla famiglia ma bisogna dare spazio quotidiano a Dio, non solo la domenica. La famiglia di Isacco ebbe anche difficoltà nel discernimento, come nel caso di Giacobbe ed Esaù, dove Isacco pensava di benedire Esaù mentre Dio aveva scelto Giacobbe. Tuttavia, Isacco ebbe punti forti: rimase dove Dio gli disse di rimanere, seminò anche nella carestia invece di scendere in Egitto come Abramo, e riaprì i pozzi del padre, mostrando che la fede non è solo conquista ma anche custodia di ciò che si è ricevuto. Per la prima generazione la fede è necessità, per la seconda diventa opzione, e poi arriva la terza generazione rappresentata da Giacobbe, il “soppiantatore”, che cerca di aiutare Dio con le proprie forze, come se Dio avesse bisogno dell’uomo per compiere il Suo piano. Per Giacobbe la fede perde centralità e il soprannaturale non è più né necessità né opzione ma quasi qualcosa di incredibile, perché quando la fede non è personale perde significato. Se i figli ricevono la fede senza esperienza personale non sapranno cosa Dio può fare attraverso di loro, perché non hanno mai dovuto credere per sopravvivere, per la provvidenza o nel deserto, ma solo ricevuto ciò che altri hanno creduto. In Genesi 28 vediamo Giacobbe che, invece di aspettare Dio, cerca di ottenere la benedizione con mezzi umani: prima compra la primogenitura da Esaù con un piatto di lenticchie, poi inganna il padre travestendosi e riceve la benedizione, ma deve fuggire perché Esaù vuole ucciderlo. In fuga si ferma per la notte e ha un sogno con una scala che arriva al cielo e angeli che salgono e scendono, e lì Dio gli parla. Al risveglio Giacobbe riconosce: “Certamente il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo”, cioè Dio era presente ma lui non se ne era reso conto, mostrando come si possa vivere senza percepire la presenza di Dio anche quando Egli è vicino. Ed ecco il rischio della terza generazione: vivere vicino alla presenza di Dio senza rendersene conto. Una persona può crescere in una casa di preghiera, sedersi in una chiesa dove lo Spirito Santo si muove, ascoltare predicazioni, vedere miracoli, adorazione e lacrime sull’altare, eppure non riconoscere ciò che Dio sta facendo. Spesso questo accade ai figli dei credenti e dei responsabili, che crescono attorno alle cose di Dio e si abituano alla Sua presenza fino a non percepirla più. Per questo dobbiamo trasmettere non la comodità ma la fede, perché i figli non devono vivere solo di eredità spirituale ma sviluppare una fede personale. Possiamo lasciare un deposito spirituale, ma ognuno deve costruire la propria dipendenza da Dio. Questo emerge chiaramente nella vita di Giacobbe, che dopo il suo incontro con Dio comprende: “Dio era qui e io non lo sapevo”, cioè ha vissuto vicino alla presenza di Dio senza rendersene conto, come se dicesse di essere stato nella tenda di Abramo e Isacco senza riconoscere la presenza divina. Dopo quel sogno tutto cambia perché avviene un incontro reale con Dio. Da qui impariamo che dobbiamo trasmettere dipendenza da Dio e non solo benedizioni ricevute, perché senza una fede personale il cuore può indurirsi anche in mezzo alla gloria. Si può vivere in un ambiente spirituale senza discernere ciò che Dio sta facendo e così la fede diventa solo linguaggio religioso senza esperienza reale. Quando arriva una parola di fede, chi non ha esperienza personale può dire che è follia credere all’impossibile, alla guarigione, alla provvidenza o a una via aperta dove non c’è via, e spesso oggi si insegna una prudenza che diventa incredulità, fino a perdere la fede nell’Iddio dell’impossibile. Per questo siamo chiamati a tornare a una fede viva che sceglie di credere anche quando non comprende tutto. Le fragilità di Giacobbe si vedono nel fatto che iniziò con la manipolazione, cercando la benedizione con mezzi umani e subendo conseguenze dolorose, dovendo essere spezzato prima della trasformazione. Tuttavia, il suo punto forte era il desiderio della benedizione, anche se cercò la via sbagliata per ottenerla. Questo ci mostra che molte persone desiderano la benedizione di Dio ma cercano scorciatoie umane invece della dipendenza da Dio. Giacobbe però ebbe un incontro personale con Dio e fu trasformato, e qui comprendiamo che la vera fede non solo benedice ma trasforma. La terza generazione non può vivere solo della fede dei padri ma deve incontrare Dio personalmente.
E concludiamo con Noè, che per molti anni costruì l’arca secondo il comando di Dio mentre veniva deriso perché ciò che faceva sembrava follia, dato che non avevano mai visto la pioggia. Ma Noè continuò a ubbidire finché arrivarono le prime gocce e ciò che era considerato follia diventò testimonianza. Questo ci mostra che la fede spesso sembra follia prima di diventare realtà, perché supera la logica umana ma non va mai contro Dio. Ci sono cose che comprendiamo solo dopo l’ubbidienza, porte che si aprono solo quando facciamo il primo passo e miracoli che vediamo solo quando scegliamo di credere. Per questo siamo chiamati a superare paure, limiti, diagnosi, statistiche, parole negative e tutto ciò che si oppone alla promessa di Dio, perché le statistiche possono dire una cosa ma Dio ne dice un’altra. Quando la fede diventa necessità, cambia tutto: la preghiera non è più formalità ma grido del cuore, la presenza di Dio diventa essenziale e non abitudine. Oggi il Signore ci chiama a una fede viva e concreta, non basata su ciò che vediamo ma su ciò che Dio ha detto, perché la fede sembra follia prima di diventare testimonianza.
