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La Mente, il Luogo del Combattimento

La Mente, il Luogo del Combattimento

LA MENTE, IL LUOGO DEL COMBATTIMENTO  

Casavatore 09-11-2025                                                                              PREDICAZIONE: PASTORE ANTONIO RUSSO

Oggi continueremo il nostro tema riguardante la mente, perché la mente mente, mentre lo spirito e il cuore non mentono; quindi parleremo di questo argomento, il cui titolo è: “La Mente, il Luogo del Combattimento”. Abbiamo già accennato qualcosa due settimane fa, e ciò che diremo oggi fa parte della nostra crescita spirituale. In 1°Timoteo 6:12 l’apostolo Paolo scrive: “Combatti il buon combattimento della fede, afferra la vita eterna, alla quale sei stato chiamato e per cui hai fatto la buona confessione di fede davanti a molti testimoni.” Dobbiamo comprendere che siamo in una guerra, non contro carne e sangue ma contro forze spirituali del male. Questo combattimento avviene nella mente e Dio vuole restaurare in noi lo spirito di guerra, perché molti si sono arresi e hanno smesso di combattere. Dio vuole riaccendere dentro di noi quello spirito per farci vivere la vittoria che Egli ha promesso. Molti hanno creduto nelle promesse di Dio che non si sono ancora adempiute, ma senza il rinnovamento della mente e un cambiamento di mentalità, i tempi si allungano; quando però ci disponiamo al rinnovamento, i tempi si accorciano. Non è Dio a ritardare, ma la nostra mente non rinnovata; infatti, quando cambia, vediamo accelerazione nella nostra vita. C’è una battaglia nella mente: la mente cosciente agisce quando siamo vigili, mentre quella subconscia agisce quando non lo siamo, ma vive di ciò che abbiamo depositato nella mente cosciente. La mente cosciente alimenta la mente subconscia, per questo la ripetizione, la meditazione e le dichiarazioni sono potenti. È scritto in Proverbi 23:7: “Perché come pensa nel suo cuore, così egli è ...; qui il “cuore” rappresenta la mente subconscia. Anche una bugia, se la crediamo, diventa realtà dentro di noi e, quando pensiamo di essere falliti, viviamo come tali; per questo è fondamentale meditare e dichiarare la Parola di Dio. Essa è una spada a doppio taglio, che in greco significa “due bocche”: la bocca di Dio che parla e la nostra che si accorda con la Sua Parola. Sapete, oggi viviamo in una cultura che influenza la mente e la riempie di pensieri non sempre divini, perciò abbiamo bisogno di discernimento e dello Spirito Santo che vive in noi. Quando il diavolo tentò Gesù nel deserto dicendogli: “Di’ che queste pietre diventino pane”, Gesù rispose: “L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio”, rifiutando il pensiero del diavolo e ricevendo il pensiero del Padre. I social, la TV e tutte le informazioni esterne vogliono modificare il nostro modo di pensare, facendoci credere che il peccato non sia peccato e che il male sia bene, per allontanarci da Dio, la nostra fonte e vita. Da tutto questo dobbiamo difenderci personalmente, perché anche se possiamo ricevere la Parola, essere istruiti e avere lo Spirito Santo che ci rivela la verità, la responsabilità davanti a Dio rimane nostra, e abbiamo l’autorità per farlo nel nome di Gesù. La Bibbia dichiara che la mente carnale è nemica di Dio, ma l’apostolo Paolo afferma: “Voi avete la mente di Cristo.” Il diavolo utilizza i cinque sensi per nutrire la mente carnale: vediamo solo disastri, guerre e catastrofi, mai i miracoli di Dio, e così la nostra mente si riempie di negatività. Attraverso la vista, l’udito e ogni senso, il nemico alimenta una mente contraria a Dio, e ogni pensiero malvagio che riceviamo è seguito da un’emozione negativa che genera paura e ansia, permettendogli di dominare la mente. Ma la Parola ci insegna a vincere: in 2°Corinzi 10:5 è scritto “affinché distruggiamo le argomentazioni ed ogni altezza che si eleva contro la conoscenza di Dio e rendiamo sottomesso ogni pensiero all'ubbidienza di Cristo.” Dobbiamo quindi abbattere teorie e ragionamenti che si oppongono alla conoscenza di Dio, perché i mass media vogliono renderci carnali e timorosi, ma noi dobbiamo sottomettere ogni pensiero a Cristo Gesù e scegliere se accogliere ciò che porta distruzione o ciò che porta vita.

Esodo 13:17; “Quando il Faraone lasciò andare il popolo, DIO non lo condusse per la via del paese dei Filistei, benché fosse la più breve, poiché DIO disse: «Perché il popolo non si penta, quando vedrà la guerra, e non ritorni in Egitto».”

Dopo 430 anni di schiavitù, Dio suscitò Mosè, “tratto dalle acque”, come liberatore di Israele; egli visse centoventi anni, ripartiti in quaranta nella carne, quaranta nell’anima e quaranta nello spirito. A ottant’anni fu chiamato da Dio, e dopo dieci piaghe e una battaglia spirituale di dieci mesi, Israele fu liberato nel giorno della Pesach, passando in una notte da schiavi a liberi e benedetti. Dio poi li condusse al Mar Rosso e, quando Mosè gridò a Lui, gli disse: “Perché gridi a me? Tu hai l’autorità, apri il mare.” E Mosè aprì il mare, ma il miracolo più grande non fu solo aprirlo, ma anche chiuderlo, perché non lo lasciò aperto. Tutto ciò accadde per nostro ammaestramento, perché non ripetiamo i loro errori ma impariamo a entrare nella promessa di Dio, comprendendo che non fu il faraone a liberarli, ma Dio stesso, che li condusse per la via più lunga per prepararli alla guerra e alla fede. Dio ci mostra che esiste una via più breve per il successo, per la salvezza della famiglia, per camminare nel Suo proposito e per la prosperità, ma in quella via c’è guerra, ci sono crisi e prove da affrontare. Tuttavia, molti scelgono la via più lunga e si lamentano, perché questa generazione, come quella uscita dall’Egitto, ha perso lo spirito della guerra, non vuole combattere e si è adagiata nello spirito di questo secolo che è contrario alla guerra spirituale. Per questo Dio non condusse Israele per la via dei Filistei, la più breve, poiché sapeva che, vedendo la guerra, si sarebbero pentiti e sarebbero tornati in Egitto. Avrebbero potuto raggiungere la terra promessa in quaranta giorni, ma ne impiegarono quarant’anni, e di tutti loro solo due vi entrarono, perché non avevano una mente rinnovata né la mentalità del Regno di Dio. Il numero quaranta rappresenta una generazione, una transizione, un periodo di prova e preparazione, e Dio scelse la via più lunga perché il popolo non era pronto per la guerra. “Pentirsi” nel linguaggio biblico significa cambiare mente, ma Israele non aveva cambiato la propria mentalità, e per questo avrebbe desiderato tornare indietro di fronte ai nemici. Più ritardiamo il rinnovamento della mente, più si allunga il tempo della realizzazione delle promesse di Dio nelle nostre vite.

Romani 12:2; “E non vi conformate a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la buona, accettevole e perfetta volontà di Dio.”

Molti credenti non vedono adempiute le promesse divine perché mantengono una mentalità da sconfitti, proprio come Israele, che impiegò quarant’anni invece di quaranta giorni per raggiungere la terra promessa. La cosa più difficile per Dio non è liberarci dai legami o dal peccato, ma rinnovare la nostra mente e cambiare la mentalità di schiavi. Siamo stati schiavi del peccato, della povertà e del diavolo, ma Dio vuole che pensiamo da liberi, prosperi e benedetti. Siamo già stati benedetti nei luoghi celesti in Cristo, ma queste benedizioni devono manifestarsi sulla terra, e per questo dobbiamo giocare la nostra parte, come in una partita in cui conosciamo la vittoria ma dobbiamo comunque giocare i novanta minuti. È come un elefante che, nonostante la sua forza, rimane legato a una cordicina perché da piccolo è stato abituato a quella restrizione e, appena sente resistenza, si ferma, anche se potrebbe liberarsi. Così sono molti cristiani: potremmo vincere le nostre battaglie, perché Dio ha già dichiarato che siamo più che vincitori in Cristo, ma poiché abbiamo una mentalità da schiavi e da perdenti, appena incontriamo un ostacolo ci fermiamo subito. Dio ci unge attraverso la Sua Parola per cambiare mentalità e vita, e siamo in un tempo di transizione in cui solo chi rinnova la mente potrà attraversarlo. Allo stesso tempo, Dio pota affinché portiamo più frutto, e chi dirà: “Signore, mi fido di Te, so che mi porterai dove devo arrivare”, entrerà nel Suo piano, mentre chi resiste al cambiamento rimarrà fermo come Israele nel deserto. Quanti di noi crediamo che l’Iddio che serviamo è l’Onnipotente, che non c’è nessuno più grande e che nulla Gli è impossibile? Eppure, spesso lo crediamo solo a parole, perché con una mentalità non coerente con la Sua Parola limitiamo l’Onnipotente, l’Onnisciente e l’Onnipresente. Sappiamo chi Egli è, ma non Gli permettiamo di agire perché lo stiamo limitando. Il rinnovamento della mente è una scelta quotidiana e personale: siamo noi a dover fare pulizia nei pensieri malvagi e accogliere quelli di Dio. Quando arrivano crisi e persecuzioni, chi non ha rinnovato la mente fugge, tornando alla vecchia vita, perché non vuole combattere. Quanti di noi non vogliono tornare in Egitto? Quanti non vogliono tornare al mondo? Eppure, molti cristiani, vedendo la guerra, si pentono e desiderano tornare indietro. Esiste una via più breve verso la vittoria, ma in quella via c’è guerra. Dio non permise agli israeliti di percorrerla perché non avrebbero affrontato la battaglia; Giosuè e Caleb, invece, avevano uno spirito diverso, quello della battaglia, mentre gli altri si sarebbero arresi. Anche oggi molti cristiani sono codardi, pieni di paura, incapaci di combattere per il loro matrimonio, la loro famiglia, il loro lavoro o le loro finanze. Gli ebrei avevano una mentalità di schiavi, bloccati nel servire e nel combattere, e anche noi a volte pensiamo di poter essere furbi nel Regno di Dio, ma Dio conosce il cuore. Gesù, il nostro Signore, servì i Suoi discepoli lavando loro i piedi e disse: “Io infatti vi ho dato l'esempio, affinché come ho fatto io facciate anche voi.” (Giovanni 13:15). Eppure, molti pensano di essere superiori a Gesù, mentre servire nelle cose umili è un onore, perché là dove noi serviamo passano i santi e i figli di Dio. Lavare i piedi era il compito degli schiavi, ma Gesù lo fece per mostrarci l’umiltà, insegnandoci a onorarci e a servirci gli uni gli altri. Dio ci ha liberati non solo per salvarci, ma per farci combattere per la nostra vita, la nostra casa, i nostri figli e il nostro proposito; ci chiama a essere guerrieri spirituali, non codardi, e ha già preparato la vittoria, che solo chi combatte con fede potrà vedere. L’apostolo Pietro, se potesse vedere ciò che oggi molti pensano, si meraviglierebbe, perché se fosse come molti pensano oggi, tutto quello che Paolo e Pietro hanno fatto sarebbe stato inutile o sbagliato. Guardiamo invece cosa è accaduto nella vita dell’apostolo Paolo che ha combattuto le sue battaglie, come testimonia in 2°Timoteo 4:7: “Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho serbato la fede.” E in 2°Corinzi 6:4-10 scrive: “Ma in ogni cosa raccomandiamo noi stessi come ministri di Dio nelle molte sofferenze, nelle afflizioni, nelle necessità, nelle distrette, nelle battiture, nelle prigionie, nelle sedizioni, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni, con purità, con conoscenza, con pazienza, con benignità, con lo Spirito Santo, con amore non finto, con la parola di verità, con la potenza di Dio, con le armi della giustizia a destra ed a sinistra, nella gloria e nel disonore, nella buona e nella cattiva fama; come seduttori, eppure veraci; come sconosciuti, eppure riconosciuti; come morenti, eppure ecco viviamo; come castigati, ma pure non messi a morte; come contristati, eppure sempre allegri; come poveri eppure arricchendo molti; come non avendo nulla, eppure possedendo tutto.” Questo è l’apostolo Paolo, un uomo che ha saputo combattere il buon combattimento. Inoltre, egli afferma in 2°Corinzi 7:5: “Da quando infatti siamo arrivati in Macedonia, la nostra carne non ha avuto requie alcuna, ma siamo stati afflitti in ogni maniera: combattimenti di fuori, paure di dentro.” L’apostolo ha vissuto paure, ha affrontato battaglie interiori e lotte esterne. E in Atti 20:22-23 dichiara: “Ed ora, ecco, spinto dallo Spirito, vado a Gerusalemme, non sapendo le cose che là mi accadranno, se non ciò che lo Spirito Santo mi attesta in ogni città, dicendo che mi aspettano legami e tribolazioni.” Oggi molti cristiani pensano che vivere nella volontà di Dio significhi non soffrire, ma Davide dovette affrontare e distruggere Golia, ed era volontà di Dio che lo facesse.

1°Samuele 17:25; “Gli uomini d'Israele dicevano: «Avete visto quell'uomo che avanza? Egli avanza per sfidare Israele. Chiunque lo ucciderà, il re lo ricolmerà di grandi ricchezze, gli darà sua figlia ed esenterà da ogni tributo la casa di suo padre in Israele».”

Ogni mattina per trenta giorni Golia sfidava Israele, ma Davide disse: “«Che si farà all'uomo che ucciderà questo Filisteo e allontanerà la vergogna da Israele? Ma chi è mai questo Filisteo incirconciso, che osa insultare le schiere del DIO vivente?».” (1°Samuele 17:26). E la gente gli rispose con le stesse parole: “Sarà fatto così a colui che lo ucciderà: il re lo farà ricco, gli darà sua figlia e renderà esente da tasse la casa di suo padre.” Davide andava in giro chiedendo ancora: “Cosa si farà a chi sconfiggerà questo gigante?” perché per lui il problema non era il gigante, ma ciò che Dio avrebbe fatto dopo la vittoria. Combattere le guerre che Dio ci chiama a combattere porta sempre alla vittoria e ai premi preparati da Lui. L’uccisione del gigante rese Davide grande: “Saul ne ha uccisi mille e Davide diecimila.” Anche noi, affrontando i nostri giganti con la forza di Dio, glorifichiamo il Suo nome.

Numeri 14:24; “Ma il mio servo Caleb, poiché è stato animato da un altro spirito e mi ha seguito pienamente, io lo introdurrò nel paese nel quale è andato; e la sua progenie lo possederà.”

Gesù, discendenza di Davide, ha compiuto ogni promessa, e noi, come Suoi figli, siamo chiamati a portare lo stesso spirito di fede e di vittoria. Quando abbiamo lo spirito di guerra, Dio pone fine ai nostri limiti e ci dà il nostro territorio. La battaglia che combattiamo ci permette di lasciare un’eredità ai nostri figli, perché essi possederanno la terra e riceveranno la benedizione.

Genesi 22:17; “Io certo ti benedirò grandemente e moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; e la tua discendenza possederà la porta dei suoi nemici.”

Noi non dobbiamo rassegnarci a perdere, ma come Giosuè e Caleb dobbiamo camminare nella vittoria, combattere le nostre battaglie e desiderare di vivere da vincenti, perché Dio disse di Caleb: “Poiché è stato animato da un altro spirito.” Questo spirito era lo spirito di guerra. Mosè scelse dodici persone, una per ogni tribù, per esplorare il paese. Dieci tornarono con un linguaggio di sconfitta, dicendo: “Inoltre là abbiamo visto i giganti (i discendenti di Anak provengono dai giganti), di fronte ai quali ci sembrava di essere delle cavallette, e così dovevamo sembrare a loro».” (Numeri 13:33). Quei dieci si vedevano come cavallette e così si comportavano, ma Giosuè e Caleb reagirono diversamente.

Numeri 14:6-9; “Giosuè, figlio di Nun, e Caleb, figlio di Jefunneh, che erano tra coloro che avevano esplorato il paese, si stracciarono le vesti, 7 e parlarono così a tutta l'assemblea dei figli d'Israele dicendo: «Il paese che abbiamo attraversato per esplorarlo è un paese buono, buonissimo. 8 Se l'Eterno si compiace con noi, ci condurrà in questo paese e ce lo darà, "un paese dove scorre latte e miele". 9 Soltanto non ribellatevi all'Eterno e non abbiate paura del popolo del paese, perché essi saranno nostro cibo; la loro difesa si è allontanata da loro e l'Eterno è con noi; non abbiate paura di loro».” Tutti i nemici che incontriamo fanno parte del programma di Dio per farci crescere e per accelerare la vittoria. Un cristiano maturo vede crisi e problemi come opportunità, mentre l’immaturo li vede come caos, ma Dio ha preparato il meglio per noi e ci chiama a maturare e a realizzare il Suo proposito. Egli vuole liberarci non solo fisicamente, ma soprattutto mentalmente, perché la libertà mentale è più importante della libertà fisica. Paolo, in prigione, disse: “per il quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata.” (2°Timoteo 2:9). Questo ci fa comprendere che, non importa la prigione in cui ci troviamo, perché la parola di Dio in noi rimane libera, viva e potente per trasformare ogni situazione e renderci strumenti della Sua gloria.

 

 

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