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Oltre le quattro mura

Oltre le quattro mura

 

OLTRE LE QUATTRO MURA

Casavatore 22-02-2026                                                                              PREDICAZIONE: PASTORE ANTONIO RUSSO

Oggi condividiamo un messaggio essenziale su come essere strumenti di Dio nella nostra città e portare luce dove domina l’oscurità, comprendendo il ruolo della Chiesa e la nostra responsabilità nel testimoniare la gloria di Dio nella vita delle persone. Nella nostra città vivono circa tre milioni di persone che non conoscono Gesù, e Dio vuole usare la Chiesa per raggiungerle. Dio userà noi, non manderà extraterrestri né angeli, perché non cerca abilità o capacità, ma disponibilità a testimoniare la Sua gloria. La Chiesa ha la risposta, quindi non possiamo restare fermi, ma dobbiamo compiere il proposito di Dio. La vita è una sola, e in questa vita dobbiamo centrare il proposito preparato per ognuno di noi, obbedendo alla Sua Parola e compiendo ciò che Dio ci chiama a fare. Dio ci ha affidato il grande mandato per raggiungere chi non conosce la Sua grazia. Siamo una chiesa in movimento: veniamo per ricevere, ma non per ingrassarci spiritualmente; riceviamo per benedire gli altri. Il messaggio passa attraverso di noi per raggiungere persone nella famiglia, nel quartiere, nella città, nella nazione e nel mondo. Non siamo qui solo per ricevere insegnamento o rivelazione, ma per essere attivati nell’opera di Dio. Dio vuole che siamo addestrati a compiere la Sua opera, non ad accumulare conoscenza fine a sé stessa. La Scrittura dice che la conoscenza gonfia, ma l’amore edifica; e infatti, se abbiamo una testa grande e un cuore piccolo, non siamo una benedizione, perché è proprio l’amore che, edificando, manifesta ciò che vive in noi. E aggiunge che siamo stati riempiti dello Spirito Santo, che l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori e che lo Spirito in noi grida: “Abba, Padre”, e questa è relazione e comunione. Siamo una chiesa di discepolato e vogliamo scuotere la nostra vita, non restare comodi, perché fuori da queste mura c’è urgenza e necessità. La Chiesa è chiamata a compiere il proposito di Dio: non basta ascoltare molto, perché tra insegnamento e addestramento c’è una grande differenza, e Dio vuole allenarci e formarci affinché ciò che riceviamo diventi azione. Parleremo di cose semplici: addestramento su come predicare il Vangelo, pregare e fare liberazione, perché spiriti infiltrati devono essere cacciati nel nome di Gesù. Il titolo del messaggio è “Oltre le quattro mura”: dentro le mura c’è protezione, ma Dio vuole portarci oltre, perché la Chiesa di Cristo non ha limiti, confini o barriere. Per questo dobbiamo riscoprire il Vangelo, spesso oggi diluito, e tornare alla sua intenzione originale.

Romani 1:16; “Infatti io non mi vergogno dell'evangelo di Cristo, perché esso è la potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco.”

È potenza che salva, libera e trasforma, ed è per tutti. Gesù in Matteo 24:14 dice: “E questo evangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo in testimonianza a tutte le genti, e allora verrà la fine.” Esistono altri evangeli, ma la Bibbia parla dell’Evangelo del Regno, e quando sarà predicato allora verrà la fine. C’è un’altra realtà fondamentale da aggiungere, totalmente unita all’Evangelo: esso è soprannaturale. Non possiamo separare il Vangelo dal soprannaturale, perché dove viene predicato l’Evangelo del Regno il soprannaturale di Dio si manifesta; per questo Paolo disse che non ci vergogniamo dell’Evangelo, perché esso è la potenza di Dio. Un Vangelo senza potenza non è l’Evangelo del Regno, perché il Regno è una nuova realtà che invade la vecchia, e senza i miracoli il messaggio non manifesta la natura di Dio. Gesù predicò l’Evangelo del Regno con dimostrazione e potenza, e lo stesso diceva Paolo: non solo parole, ma dimostrazione della potenza di Dio. In Matteo 4:23 leggiamo che Gesù andava attorno per tutta la Galilea, dove svolse circa il 70% del suo ministero, compiendo miracoli straordinari. Mentre percorreva la Galilea, faceva quattro cose che manifestavano il Regno di Dio e il suo messaggio. Gesù insegnava nelle sinagoghe, predicava il Vangelo del Regno, guariva ogni malattia e ogni infermità e liberava gli oppressi. Vediamo equilibrio: insegnava, predicava, guariva e liberava. Se la Chiesa ha Gesù come modello, deve seguire le Sue orme e fare ciò che Lui ha fatto, senza enfatizzare una parte e trascurare il resto. Dopo aver insegnato e predicato, dobbiamo dimostrare la potenza di Dio, pregando per i malati e liberando gli oppressi. Questo devono fare i discepoli, questo dovrebbe accadere nelle scuole bibliche: insegnare, predicare, guarire e liberare. Se non è così, Gesù non è il nostro modello, e tutto resta religioso, astratto, senza evidenza della potenza di Dio. Per questo il Nuovo Testamento ci avverte con forza: dobbiamo vigilare sugli altri vangeli, perché cercano di sostituire il vero Evangelo. In Galati 1:8-9 Paolo dice che anche se lui o un angelo predicasse un evangelo diverso, sia maledetto. Lo ripete due volte per farci capire che è una verità solenne, perché non possiamo compromettere il Vangelo: dobbiamo annunciare quello che Cristo ci ha insegnato, e chi lo priva della potenza sta portando un altro messaggio. Anche oggi vediamo altri vangeli, come il vangelo del conformismo, che non produce trasformazione né ravvedimento. Non confronta il peccato e non porta le persone a riconoscere la propria condizione spirituale. Ma la Bibbia insegna che per essere salvati dobbiamo riconoscere di essere perduti e bisognosi della grazia di Dio, perché non basta sistemare l’apparenza: lo Spirito Santo deve andare in profondità. Gesù predicava il ravvedimento, Giovanni il Battista lo predicava, gli apostoli lo annunciavano e anche Paolo, perché questo è il cuore del vero Evangelo del Regno. Il Vangelo del conformismo non cambia la vita perché le persone rimangono come sono, entrano in chiesa e restano uguali, senza trasformazione reale. Eppure, sappiamo che l’opera che Dio ha iniziato quando ci siamo convertiti continua ancora oggi, perché Dio non ha finito la Sua opera, ma porta a compimento ciò che ha iniziato. Accanto a questo esiste il vangelo motivazionale, un messaggio di autoaiuto travestito da fede, che insegna a stare bene aiutandoci da soli. In esso si parla dell’amore di Dio, ed è vero che Dio ama, perché Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il Suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in Lui non perisca ma abbia vita eterna. Dio ama il mondo intero, ama chi pecca, chi bestemmia e chi rifiuta Gesù, ma il Suo amore non ci lascia come siamo: ci spinge al cambiamento e alla trasformazione. Il vangelo motivazionale afferma che siamo brave persone, ma molti diranno di non aver bisogno di Gesù, e non entreranno nel Regno non per volontà di Dio, ma per la loro scelta. Il problema non è solo ciò che facciamo di male, ma la nostra condizione senza Cristo, perché senza Gesù siamo lontani dalla Sua presenza. Non abbiamo bisogno di una sistemata esteriore o di essere rassicurati, ma di un cambiamento profondo, perché non si va in cielo per le opere buone, ma per fede in Gesù, riconoscendolo come Signore della nostra vita. Quando mancano la croce, la resurrezione e il confronto con il peccato, non siamo davanti all’Evangelo del Regno, perché un messaggio che non ci scuote non salva e non trasforma. C’è anche il vangelo storico, che vive dei ricordi della conversione, ma la fede non è nel passato, è nel presente, perché Gesù è lo stesso ieri, oggi e in eterno. Esiste poi il vangelo del merito e della performance, che presenta Dio come uno che accetta solo chi fa abbastanza, ma Dio non è un carabiniere, è Padre. Ci sono anche il vangelo del successo e quello identitario, che usano Cristo come mezzo o appartenenza, spostando il centro dalla croce e dalla resurrezione. L’Evangelo del Regno invece mette Cristo al centro, ed è per questo che Paolo ammonisce che chi predica un altro evangelo sia anatema. Il Vangelo che Dio ha autorizzato per la Chiesa è l’Evangelo accompagnato da segni, miracoli e prodigi, perché senza queste evidenze rimane solo teoria, qualcosa di astratto e non pratico. Le evidenze confermano che Gesù Cristo è il Re dei re, che non è rimasto nella tomba ma è risorto ed è vivo. Negli altri luoghi religiosi non si parla di guarigioni e miracoli perché i loro fondatori sono morti, mentre la tomba di Gesù è vuota. Lui ha dichiarato: io sono la resurrezione e la vita; chiunque crede in me è passato dalla morte alla vita. Quando l’evidenza di Cristo si manifesta, l’opera di Dio diventa visibile e si testimonia che Gesù è il Signore dei signori. Se predichiamo la salvezza, Dio dice amen: io salverò; se predichiamo la guarigione, Dio dice amen: io guarirò, perché per le mie lividure siete stati guariti. Il nostro compito però non è convincere le persone con pressioni, discussioni o litigi, perché chi convince di peccato, di giustizia e di giudizio è lo Spirito Santo. Noi siamo chiamati a predicare la Parola, a essere aperti allo Spirito Santo e a obbedire a ciò che Dio ci dice di fare. Preghiamo per i malati, ma non siamo noi a guarire: preghiamo nel nome di Gesù e Lui compie l’opera, perché è risorto e ha sconfitto la malattia, l’infermità e la morte. Quando predichiamo l’Evangelo del Regno, Dio conferma sempre con i segni che lo accompagnano, come è scritto in Marco: i segni vi accompagneranno. Dobbiamo dimostrare l’Evangelo nelle strade, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze e nelle relazioni quotidiane, pregando quando il cuore è aperto. Gesù ha detto: oggi è il giorno della salvezza, e se udite la voce del Signore, non indurite il vostro cuore. Per questo vogliamo imparare a presentarlo in modo chiaro, semplice e completo, con aspettativa soprannaturale e con certezza, perché Gesù salva e libera sempre. Molti oggi non predicano l’Evangelo e presentano un messaggio motivazionale che non salva, ma la Scrittura dice in Romani 10 che chi avrà creduto con il cuore e confessato con la bocca sarà salvato. Il Vangelo è buona notizia ed è proclamazione, perché Gesù ha detto: andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo ad ogni creatura, e ogni credente è chiamato a proclamare con franchezza il messaggio del Regno. E allora dobbiamo chiederci: quali sono i motivi per cui tanti cristiani oggi non predicano più?

Il primo motivo è che abbiamo paura di parlare.

Lo pensiamo perché crediamo di non sapere cosa dire e ci nascondiamo dietro scuse come: io non so parlare, io non sono un teologo. Ma questa è una buona notizia, perché Gesù non ha mai detto che dobbiamo essere teologi.

Marco 13:11; “Ora, quando vi condurranno via per consegnarvi nelle loro mani, non preoccupatevi in anticipo di ciò che dovrete dire e non lo premeditate; ma dite ciò che vi sarà dato in quell'istante, perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo.”

Dio ci dice di stare sereni, di non confidare nelle nostre capacità, ma di aprire la bocca e fidarci dello Spirito Santo, perché è Lui che vive in noi e ci guida in tutta la verità. Gesù ci ha mostrato come avvicinarci alle persone con l’esempio della samaritana: non iniziò con un discorso religioso, ma con una semplice richiesta, “Dammi da bere”, aprendo un dialogo che portò quella donna a riconoscerlo come il Cristo. Anche noi non dobbiamo aspettare di sapere tutto, ma fidarci di Dio e iniziare a parlare nella nostra famiglia, continuando a condividere il messaggio con figli e parenti. La famiglia è il luogo dell’intimità, dove emergono pregi e difetti, ed è proprio lì che siamo chiamati a essere luce del mondo e sale della terra. Anche nel nostro vicinato dobbiamo essere coraggiosi e predicare Cristo. Dio sta preparando un rimanente di uomini e donne senza vergogna e senza paura, ma con franchezza. Dobbiamo pregare per franchezza nel predicare l’Evangelo, perché la verità libera e lo Spirito Santo opera potentemente oggi.

Il secondo motivo è che perdiamo il primo amore e la passione per i perduti.

Quando perdiamo questa passione, il fuoco nella nostra vita inizia a spegnersi: non vediamo più le persone come Dio le vede e non percepiamo più l’urgenza della loro condizione. Non vediamo più i peccatori: li giustifichiamo e diciamo “vabbè, un giorno forse Dio li salverà”, ma Gesù ha detto “oggi”, perché il domani non ci appartiene. Noi non sappiamo quanto potrà durare la vita di quella persona, né quanto tempo abbiamo ancora noi; per questo la Bibbia dice: oggi, se ascoltiamo la voce del Signore, non induriamo il nostro cuore. Siamo chiamati a predicare adesso, mentre siamo in vita, per adempiere il proposito che Dio ci ha affidato. La Scrittura ci esorta: predica la parola a tempo e fuor di tempo; insisti con ogni perseveranza. Non possiamo dire lo sanno già, perché non sappiamo cosa una persona stia vivendo in quel preciso momento. Così come mangiamo carne anche se ne conosciamo già il gusto, allo stesso modo dobbiamo continuare a predicare, perché una semplice parola detta al momento giusto può mettere in crisi una vita e aprire il cuore a Dio. Per questo dobbiamo dire al Signore: dammi franchezza, ridammi la passione per le anime. Nel libro degli Atti vediamo che i primi credenti vivevano con urgenza, perché dicevano: Gesù sta tornando, quindi dobbiamo predicare la Parola. Anche se sono passati duemila anni, non si sbagliavano, perché hanno creduto a ciò che dice la Scrittura: per Dio un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno. Noi non sappiamo quando Gesù tornerà, ma sappiamo cosa dobbiamo fare oggi: predicare la Sua Parola. Quando ci spegniamo, l’evangelizzazione perde forza e la passione si affievolisce, mentre Dio ci chiama a tornare al primo amore e all’urgenza di predicare la Sua Parola.

Il terzo motivo è che abbiamo perso la visione di Dio per le anime.

La visione di Dio è chiara: andate per tutto il mondo, predicate l’Evangelo ad ogni creatura. Dio ci ha dato lo Spirito Santo, e rendiamo gloria a Dio per il battesimo nello Spirito Santo, per le lingue, perché edifichiamo noi stessi e la nostra fede, e per tutti i benefici che ne derivano. Ma Gesù ha detto: voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, non solo per parlare in altre lingue, ma per essere testimoni in Gerusalemme, in Giudea, in Samaria e fino all’estremità della terra. Dio ama le persone, le valorizza, le cerca e desidera salvarle; perciò, noi dobbiamo tornare a guardarle come Dio le vede, con gli occhi del Padre. Nei Vangeli troviamo tre parabole una dopo l’altra che ci mostrano chiaramente questa visione.

La prima è la parabola della pecora perduta: il buon pastore lascia le novantanove al sicuro e va a cercare quella che si è smarrita. La pecora non ha senso dell’orientamento e si perde facilmente, perciò il pastore la cerca, la prende sulle spalle e la riporta nell’ovile.

La seconda è la parabola della dracma perduta: una donna ha dieci monete e ne perde una. Non si accontenta delle nove rimaste, ma mette la casa sottosopra finché non trova quella che aveva perso.

La terza parabola è quella del figliol prodigo: Dio non vede le persone come problemi o pesi, ma come figli da riportare a casa, e quando arrivano non sono una seccatura, ma una chiamata che Lui affida alla Chiesa. Per questo dobbiamo riacquistare la visione che abbiamo perso per le anime perdute e tornare a partecipare al cuore di Dio.

Il quarto motivo è la paura del rifiuto e del rigetto.

Molti di noi sono stati respinti quando hanno annunciato l’Evangelo: derisi, non ascoltati, giudicati come pazzi o fuori di testa. Il pericolo più grande è permettere a queste esperienze di paralizzarci, fino a dire: chi me lo fa fare? Ma questo non è il cuore di Dio. I cristiani del primo secolo hanno vissuto persecuzioni estreme: sono stati segati, dati in pasto ai leoni, portati nelle arene davanti a migliaia di spettatori e invitati a rinnegare il nome di Gesù. In ginocchio pregavano con i volti risplendenti e, mentre venivano uccisi, centinaia di persone sugli spalti si convertivano dicendo: “Io voglio quello che hanno loro”, e ciò che avevano era Gesù nel cuore. Il libro degli Ebrei, capitolo 11, ricorda uomini e profeti che, pur segati vivi, non hanno rinnegato Dio, ma hanno creduto fino alla fine. Il rigetto è una delle ferite emotive più profonde: il rifiuto pesa e fa male, ma Gesù conosce questa sofferenza.

Luca 17:25; “Ma prima è necessario che egli soffra molte cose e sia rigettato da questa generazione.”

Gesù è stato rifiutato, respinto e disprezzato, e persino quella folla che gridava “Osanna al Re dei re” pochi giorni dopo urlava “Crocifiggilo”. A quella stessa gente Gesù aveva fatto del bene, e sulla croce disse: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.” Gesù sa cosa significa non essere creduto, essere respinto, essere rifiutato.

Giovanni 1:11; “Egli è venuto in casa sua, e i suoi non lo hanno ricevuto.”

Spesso i primi a rigettarci sono proprio quelli della nostra famiglia, ma la nostra identità non deve dipendere da loro: dipende da Cristo, perché in Lui siamo figli di Dio.

Il quinto motivo è che non crediamo davvero nel ritorno di Gesù.

Quando perdiamo questa certezza, l’urgenza di annunciare l’Evangelo si spegne e molti si giustificano dicendo che è scritto da duemila anni e che Gesù non è ancora tornato. Senza attesa l’evangelizzazione diventa un optional, ma se crediamo davvero che Gesù sta tornando comprendiamo che il tempo è breve, che ogni momento è prezioso e che ogni anima ha valore davanti a Dio. L’orologio profetico di Dio è Israele, e nel 1947 Israele è tornata a essere una nazione dopo secoli di dispersione e persecuzione. Gesù ha detto che quando questo sarebbe avvenuto, quella generazione non sarebbe passata. Il ritorno di Gesù è vicino, più di quanto possiamo immaginare; siamo nell’ultima ora. Quando crediamo nel Suo ritorno, nasce in noi un’urgenza reale di predicare l’Evangelo. La Chiesa del primo secolo viveva così: era consapevole che Gesù sarebbe tornato da un momento all’altro e si salutava con “Maranatha”, cioè “Gesù ritorna, siete pronti?” Se comprendessimo davvero questo, piangeremmo per i nostri figli e i nostri cari che non sono salvati, sapendo che rimarrebbero nella persecuzione e nella tribolazione. Questa consapevolezza ci spinge a pregare, a piegare le ginocchia e a invocare il nome di Dio per nostro marito, nostra moglie e i nostri figli, perché sulla loro vita c’è un proposito divino. Sappiamo che esiste un proposito di tenebre da annullare ogni giorno, dichiarando che la volontà di Dio si compia nella loro vita, nel nome di Gesù.

Quindi, concludiamo dicendo che il Vangelo non è solo per essere ascoltato, ma per essere annunciato. Ascoltare ci rende udibili; annunciare ci rende testimoni. Ascoltare produce edificazione nella nostra vita; annunciare realizza la nostra missione, ciò per cui Dio ci ha chiamati. Ascoltare ci benedice; annunciare permette a Dio di benedire gli altri attraverso di noi. Se il Vangelo si ferma a noi, siamo solo ascoltatori, ma se passa attraverso di noi e raggiunge gli altri, allora diventiamo annunciatori. Dio ci sta chiamando a essere portatori del Vangelo del Regno, non solo a parole, ma con dimostrazione della Sua potenza per andare oltre le quattro mura.

 

 

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