Rhema 2026
RHEMA 2026: BEN CONNESSI PER CRESCERE VERSO IL CAPO
Casavatore 04-01-2026 PREDICAZIONE: APOSTOLO LIRIO PORRELLO
Come ogni anno, ci uniamo online alla Chiesa di Palermo, guidata dall’Apostolo Lirio Porrello, per ricevere la parola Rhema che Dio ha preparato per noi, una parola destinata a guidarci durante tutto il 2026, portando direzione, rivelazione e trasformazione, mentre ci apriamo con cuore disponibile ad ascoltare ciò che Dio vuole comunicarci. Siamo invitati a gioire per il 2026, perché è un anno in meno al rapimento e perché il tempo gioca a nostro favore, dandoci futuro e speranza. Questo è un tempo di svelamento, in cui viene tolto il velo e viene rivelata la parola che ascolteremo per tutto l’anno, il cui titolo è “Ben connessi per crescere verso il Capo”. Dichiarando di essere connessi e ben connessi per crescere, comprendiamo che la connessione è essenziale per la crescita e che quest’anno dichiariamo guerra all’isolamento, promuovendo la comunione affinché il corpo di Cristo sia ben collegato e cresca verso il Capo. La parola chiave dell’anno è “crescere”, “grow”, e siamo chiamati a familiarizzare con Efesini 4:16, che ci accompagnerà lungo tutto l’anno. Se l’anno precedente è stato caratterizzato dall’allineamento, “line up”, ora la crescita avviene attraverso radici che affondano nella Parola, producendo sviluppo. L’enfasi ricevuta è crescere in ogni cosa, poiché spesso cresciamo in alcune aree ma restiamo immaturi in altre. Lo Spirito Santo agirà affinché la crescita coinvolga sia la dimensione spirituale sia quella emotiva, portando maturità nelle famiglie, nelle relazioni e nei ruoli, manifestando l’amore di Dio che sorpassa ogni conoscenza. Il messaggio dell’anno passato si è chiuso con Matteo 6:10, “… Sia fatta la tua volontà in terra come in cielo.”, ricordandoci l’importanza dell’allineamento che ora continua attraverso la connessione. Abbiamo riconosciuto il vento dello Spirito che, attraverso il ravvedimento, ha portato grazia, salvezza, guarigione, liberazione, ritorno a casa e, per alcuni, il ritorno alla gloria. Entrando nel 2026, ricordiamo che Dio ha espresso le Sue intenzioni attraverso l’alfabeto ebraico, ripercorrendo “Alef”, la parola del Padre che cambia i destini, “Bet”, “Ghimel” legata agli anni, e “Dalet”, che parla di umiltà, perché Dio resiste ai superbi e dà grazia agli umili. Oggi ci soffermiamo sulla connessione tra cielo e terra, rappresentata dalla lettera “Vav”, che significa stabilire ponti generazionali e luoghi di incontro per crescere, come scritto in Malachia riguardo all’unione del cuore dei padri e dei figli. Dio non ci chiama a disprezzare le generazioni, ma a impartire, riconoscendo che ognuna ha un’assegnazione divina e rappresenta la continuità del Suo piano. Vav è la sesta lettera, legata al 2026, numero dell’uomo e del Figlio dell’uomo, Gesù, venuto per fare dei figli degli uomini figli di Dio, recuperando gli effetti della caduta. Camminando così ben connessi, cresciamo insieme come corpo unito, edificato nell’amore, obbediente, affinché la gloria di Dio riempia la terra attraverso figli maturi, pronti a servire le generazioni future. Ora comprendiamo che tutte queste realtà hanno un significato e un valore profetico per la nostra vita, perché l’ebraico e il greco sono le uniche lingue in cui ogni lettera corrisponde anche a un numero, caratteristica unica e non casuale, poiché sono proprio le lingue scelte da Dio per l’Antico e il Nuovo Testamento. Da questo nasce la ghematria, la disciplina che studia e somma il valore delle lettere dell’alfabeto ebraico. Fin dall’inizio troviamo questo principio perché, se Vav significa chiodo e leggiamo: “Nel principio Dio creò i cieli e la terra”, sappiamo che l’Agnello era stato immolato prima della fondazione del mondo, e il chiodo ci parla della croce che ha unito di nuovo cielo e terra, ristabilendo la connessione. Questo principio di connessione e sostegno lo ritroviamo anche nei ganci d’oro del tabernacolo. Il Vav univa i pezzi del tabernacolo di Mosè, formato da tende con occhielli, e Dio diede istruzioni precise affinché tutto fosse fatto nella perfezione, inclusi i numeri.
Esodo 26:5; “Farai cinquanta occhielli sul primo telo e farai cinquanta occhielli sull'orlo del telo esterno della seconda serie di teli: gli occhielli si corrisponderanno l'uno all'altro.”
Qui vediamo corrispondenza e allineamento, ciò che abbiamo vissuto e che deve continuare.
Verso 6; “E farai cinquanta fermagli d'oro e unirai i teli l'uno all'altro mediante i fermagli, perché il tabernacolo formi un tutt'uno.”
I fermagli erano d’oro, simbolo della natura divina, insegnandoci che le vere connessioni sono soprannaturali. Il tabernacolo doveva diventare un tutt’uno, parlando di unità, di essere ben collegati e connessi per crescere come un unico corpo, il corpo di Cristo. Separarsi è un grave errore proprio quando Dio ci ha uniti, perché dove c’è connessione c’è crescita; per questo dichiariamo guerra all’isolamento. Il nemico va attorno come un leone ruggente, cercando gli isolati. L’isolamento si manifesta quando le persone smettono di partecipare, si allontanano e si chiudono. Dove c’è un’opera del nemico noi la combattiamo con la comunione fraterna e con l’amore di Dio. La Scrittura ci mostra un potente esempio di connessione nel sogno di Giacobbe, che vide una scala appoggiata sulla terra, la cui cima toccava il cielo, con gli angeli che salivano e scendevano, e Dio in cima che gli parlava e stabiliva un patto; tutto questo avviene mentre lui dorme. Sapete, lui non era andato lì per fare qualcosa di particolare, stava fuggendo, e mentre fugge arriva la notte; quindi, Giacobbe si addormentò usando una pietra come cuscino, e la pietra rappresenta la roccia (Gesù) che rinnova la mente. Quel sogno cambiò il suo destino e quello di una Nazione.
Genesi 28:10-13; “Or Giacobbe partì da Beer-Sceba e se ne andò verso Haran. Giunse in un certo luogo e vi passò la notte, perché il sole era già tramontato. Allora prese una delle pietre del luogo, la pose sotto la sua testa e in quel luogo si coricò. E sognò di vedere una scala appoggiata sulla terra, la cui cima toccava il cielo; ed ecco, gli angeli di DIO salivano e scendevano su di essa. Ed ecco l'Eterno stava in cima ad essa e gli disse: «Io sono l'Eterno, il DIO di Abrahamo tuo padre …”.
Qui comprendiamo che la rivelazione rende figli spirituali, perché tutti coloro che hanno fede sono figli di Abramo. È significativo che Dio dica a Giacobbe: io sono l’Eterno, il Dio di Abramo, non dicendo “tuo nonno” né “il Dio di Isacco”, suo padre, ma affermando che Giacobbe è figlio di Abramo per fede. Dio, nella seconda parte del verso 13, gli promette: “… la terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza.” Giacobbe è sdraiato scalzo sulla nuda terra, con una pietra come cuscino, senza nulla, e proprio lì Dio dichiara che quella terra sarà sua e dei suoi discendenti.
Verso 14; “e la tua discendenza sarà come la polvere della terra, e tu ti estenderai a ovest e a est, a nord e a sud; e tutte le famiglie della terra saranno benedette in te e nella tua discendenza.”
È la stessa promessa fatta ad Abramo, poi a Isacco e ora confermata a Giacobbe. In Efesini 2 leggiamo che eravamo estranei ai patti, al plurale, ma alla promessa, al singolare, perché i patti sono tre, ma la promessa è una sola. Al verso 15, Dio aggiunge: “Ed ecco, io sono con te e ti proteggerò dovunque andrai …” Non pone condizioni, ma afferma la Sua fedeltà assoluta, questa è la stessa parola data a Giosuè. Questo vuol dire che anche quando ci allontaniamo, Dio resta fedele e ci riporta sulla strada giusta. Dice infatti che lo ricondurrà in quel paese e non lo abbandonerà prima di aver compiuto ciò che ha promesso. Detto che tutto questo avviene in sogno, al verso 16 Giacobbe si sveglia e afferma: “Certamente l'Eterno è in questo luogo, e io non lo sapevo.” Riconosce che quel luogo è tremendo, la casa di Dio e la porta del cielo, dove vede una scala che collega direttamente la terra al cielo, un portale in cui il secondo cielo non interferisce. Riceve la rivelazione della casa di Dio e della porta del cielo, anticipando ciò che Gesù dirà di Sé: “Io sono la porta”. Al mattino Giacobbe prende la pietra, la erige come stele e versa olio, consacrando quel luogo, e lo chiama Betel, casa di Dio, mentre prima si chiamava Luz, separazione. Umanamente Giacobbe si separa, ma spiritualmente si connette: cambia il nome del luogo con un atto profetico, insegnandoci a chiamare le cose secondo la volontà di Dio. Fa poi un voto, mostrando la sua umanità: chiede protezione, cibo, vestiti e ritorno a casa, e dichiara che l’Eterno sarà il suo Dio. Non era un uomo perfetto né istruito spiritualmente, ma stava iniziando una relazione personale con Dio, infatti, promette la decima, impegnandosi seriamente e anche se agisce ancora per convenienza, in lui è già presente il profetismo. Sapete, i doni operano nell’immaturità e maturano con la crescita. Questa esperienza mostra che ciò che cambia tutto è Dio che parla dal cielo, stabilendo una connessione che trasforma Luz in Betel, luogo di connessione tra cielo e terra e casa di Dio. La casa è un luogo di connessione, di comunione, di incontro, un luogo dove si sta insieme, e questo principio si manifesta chiaramente quando Giacobbe prende una pietra come cuscino e si corica. Quella pietra diventa poi una stele, un monumento di rivelazione, perché Giacobbe non vuole dimenticare ciò che ha ricevuto in quel luogo. Il Signore gli fa sognare una scala che tocca il cielo, con gli angeli che salgono e scendono, e la scala Vav rappresenta la connessione, il canale aperto tra Dio e l’uomo. È significativo che la parola scala abbia valore ghematrico 130, lo stesso della parola Sinai, luogo dove Mosè riceve le tavole della legge, e entrambi, luoghi di patto, rivelazione e incontro. Ogni luogo di rivelazione diventa luogo di unzione, e non possiamo avere più unzione di quanta rivelazione riceviamo. Anche il Sinai, luogo della legge, segna un’alleanza, e in Esodo 19:20 leggiamo: “L’Eterno dunque scese sul monte Sinai, in vetta al monte”. Dio è sempre in alto e, quando chiama, chiama a salire, perché salendo cambia la visuale, allenandoci a vedere le cose dall’alto, dai luoghi celesti in Cristo Gesù. Quello che Giacobbe ha ricevuto come connessione trova il suo compimento in Gesù.
Giovanni 1:51; “In verità, in verità, io vi dico che da ora in poi vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere”.
Gesù non parla più di una scala, ma del Figlio dell’uomo, perché la scala era solo un simbolo: la vera connessione tra cielo e terra è Gesù, il Figlio di Dio che si è fatto Figlio dell’uomo affinché i figli degli uomini diventino figli di Dio. Per l’ebreo, Figlio dell’uomo è Messia, come in Daniele 7, e nei Vangeli questa espressione è usata 84 volte. In Gesù l’umanità e la divinità sono in perfetta armonia: Egli è la vera Vav, sospeso tra cielo e terra sulla croce, creando la connessione definitiva, perché nessuno viene al Padre se non per mezzo di Lui, l’unico Dio e unico mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù. Gesù è il ponte perfetto, il mediatore del nuovo patto, il Re che è venuto come servo sofferente e che ritornerà come Re dei re e Signore dei signori. Il numero 6 ritorna in modo significativo all’inizio del ministero pubblico di Gesù, nel primo miracolo compiuto alle nozze di Cana. In Giovanni 2:6 leggiamo che a Cana di Galilea Gesù è invitato a una festa di matrimonio e, a metà dei festeggiamenti che duravano circa sette giorni, viene a mancare il vino. Maria viene informata e, dopo aver parlato con Gesù, dice ai servi: “fate tutto quello che vi dirà”. In quel luogo c’erano sei recipienti di pietra usati per la purificazione dei giudei, che contenevano due o tre misure ciascuno, cioè tra ottanta e centoventi litri. Erano grandi giare di pietra, utilizzate per i riti di purificazione, riempite con acqua piovana, perché ciò che viene dal cielo purifica, mentre ciò che viene dalla terra spesso contamina. Il numero sei è il numero dell’uomo e nasce dalla somma dei primi tre numeri, 1, 2 e 3, oppure dal prodotto di 2 per 3. Nella simbologia ebraica il due rappresenta la donna e il tre l’uomo, e insieme richiamano il matrimonio. La caduta avviene nella prima famiglia e Gesù si manifesta come Redentore proprio in un matrimonio. Le sei giare rappresentano la legge di Mosè e i rituali dell’Antico Patto, che non riuscivano a togliere il peccato. Gesù trasforma l’acqua in vino, mostrando il passaggio dall’antico patto al nuovo patto, fondato sul Suo sangue, come dirà poi: “Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue.” L’acqua dei rituali non portava soluzione, ma il sangue di Cristo purifica da ogni peccato e trasgressione e rende l’uomo adatto al cielo, perché senza spargimento di sangue non c’è remissione. Gesù arriva alle nozze di Cana il sesto giorno, come si evidenzia dalla settimana creativa che Giovanni ci racconta nei capitoli uno e due del suo Vangelo, dove scandisce il tempo dicendo “il giorno dopo”, ancora “il giorno dopo” e poi “tre giorni dopo”. Il Vangelo di Giovanni inizia come la Genesi: “Nel principio”, indicando una nuova creazione. Al sesto giorno c’è un matrimonio, e Gesù, autore della nuova creazione, introduce il compimento che conduce al riposo del settimo giorno. Il sei è numero incompleto, chiamato a tendere alla perfezione: sei dottrine del fondamento, e poi dice: “Avendo posto il fondamento di queste sei dottrine, tendiamo alla perfezione”, che è la settima dottrina. Gesù, Figlio di Dio, si fa Figlio dell’uomo per redimere l’uomo, perché solo così poteva morire e compiere l’opera straordinaria della redenzione. Nelle nozze di Cana troviamo per la prima volta scritto che i discepoli videro la sua gloria e credettero in Lui, perché Gesù si manifesta all’interno di una famiglia trasformando l’acqua in vino, un evento di cui solo i servi sono realmente consapevoli. Il maestro di tavola, gli invitati e neppure lo sposo sanno ciò che è accaduto, tanto che lo sposo riceve i complimenti per aver conservato il vino buono fino alla fine, facendoci comprendere che dove arriva Gesù la condizione delle persone viene innalzata e spesso qualcuno viene onorato per un’opera che in realtà ha compiuto Cristo. Questo ci introduce al riepilogo di Efesini 4:15-16, che ci parla innanzitutto della direzione della crescita. Siamo chiamati a crescere in ogni cosa, ma con una direzione precisa, verso Cristo che è il capo del corpo. Come una pianta che senza sostegno cresce storta, così la nostra crescita deve essere orientata verso Cristo, e per questo ogni predicazione, discepolato e insegnamento deve essere cristocentrico. Questo ci porta a dire la verità con amore, unendo fermezza e grazia e sviluppando una cultura di correzione fraterna, non di giudizio, con umiltà e disponibilità ad accettare di essere corretti. La Chiesa è un organismo vivente, un corpo ben connesso e unito, fatto di relazioni; nessuno deve rimanere isolato, ma inserito in strutture di relazione come i piccoli gruppi, con persone sopra di noi, accanto a noi e sotto di noi, affinché nessuno sia trascurato. Ogni parte del corpo è degna di cura, e ogni giuntura ha un valore e contribuisce, per cui nessuno è insignificante, perché siamo stati creati per relazioni d’amore. Inoltre, tutti abbiamo ricevuto vigore, perché Dio non crea nulla di fiacco: chi è nato di nuovo non ha handicap spirituali. Questo vigore nasce dalla nostra nuova identità: se uno è in Cristo, egli è una nuova creazione; le cose vecchie sono passate, tutte le cose sono diventate nuove. Così, il corpo cresce dall’interno, per opera dello Spirito, in modo armonioso, edificando sé stesso nell’amore, che è l’atmosfera ideale per la crescita. Quest’anno siamo chiamati a rafforzare la connessione cielo‑terra e, come Giacobbe fu trasformato ascoltando la voce di Dio, così anche noi saremo trasformati ascoltandola. In questa prospettiva, la scala di Giacobbe trova il suo compimento in Cristo Gesù, la vera “Vav”, la vera connessione tra il cielo e la terra. Da questa rivelazione nasce un tempo profetico di connessione e di ponti generazionali: smettiamo di disprezzare le nuove generazioni e impariamo ad accompagnarle, unendo esperienza e novità dello Spirito, per diventare costruttori di ponti e non di muri, creando connessioni vive tra il cielo e la terra.
